Zero tasse dei miliardari Usa (Trump compreso)

Lo scandalo rivelato da una prestigiosa società di ricerche USA, mentre l’Europa tarda ancora a svegliarsi dal “sogno americano”. Altro che lotta alle disuguaglianze. Attenti a che la de-mitizzazione avviata involontariamente da Trump rischi ora di bloccarsi davanti al “serrare le righe” dell’atlantismo ad opera del suo successore. Tra il rigurgito nazionalista e sovranista da un lato e un atlantismo in cerca di nemici dall’altro, meglio provare a ridare fiato al multilateralismo e ad un “sogno europeo” da troppo tempo assopito. (nandocan)

da Remocontro, 11 giugno 2021

Nel 2011 l’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos, con una fortuna di 18 miliardi, non ha pagato un dollaro di tasse e ha chiesto un credito di 4.000 dollari per i figli. 
Nel 2018 il secondo più ricco del mondo, Elon Musk, non ha pagato alcuna tassa federale.
Dal 2014 al 2018 il decano mondiale dei finanzieri, Warren Buffett, ha pagato in tasse federali lo 0,98% dei 24 miliardi che ha accumulato.
Le rivelazioni scandalo di ProPublica una testata online che negli ultimi dieci anni ha vinto quattro Pulitzer
Un uomo con il cartello «Follow the Money» di fronte alla Corte Suprema Usa nel 2020 durante le indagini sui patrimoni di Trump

Ecco perché un Trump può diventare presidente

Ripetiamo per arrabbiarci meglio. Nel 2011 Jeff Bezos, l’uomo più ricco del mondo con una fortuna di 18 miliardi di dollari non ha pagato un dollaro di tasse federali e ha persino chiesto un credito di 4.000 dollari per i figli. Il secondo Paperone in classifica, Elon Musk, non ha pagato alcuna tassa federale. Dal 2014 al 2018 il decano mondiale dei finanzieri, Warren Buffett, ha pagato in tasse lo 0,98% dei 24 miliardi che ha accumulato.
«E nessun dio ha fatto piovere pece e zolfo sulla città», annuncia Roberto Zanini sul Manifesto, con toni biblici. Peggio, chi denuncia lo scandalo, è sotto indagine dell’FBI e l’Internal revenue service, l’Agenzia delle entrate americana. Che forse avrebbe qualcosa di cui vergognarsi, oltre a tutto il corpo legislativo Usa in blocco
.

Inchiesta su chi ha svelato i ladri

Indagini sulla clamorosa fuga di dati fiscali pubblicata dalla testata online ProPublica: quindici anni di dichiarazioni dei redditi dei 25 uomini più ricchi del paese. Tutto quello che hanno accumulato, tutto il poco o nulla che hanno pagato.
ProPublica una testata online molto grintosa (con elmetto e paradenti, la definisce il manifesto), che negli ultimi dieci anni ha vinto quattro Pulitzer, pubblicata dal 2007 da una società senza scopo di lucro creata da Herbert e Marion Sandlers, marito e moglie newyorchesi che vendettero la loro banca e nel 2007 aprirono la loro innovativa redazione.
ProPubblica ovviamente non ha rivelato la sua fonte, dichiarando di «aver ricevuto una vasta raccolta di dati in forma cruda». Ma il suo prestigio e il meticoloso lavoro svolto per mesi, che ha fatto sì che ogni altra testata mondiale abbia preso quei dati per buoni.

La Casa Bianca ‘condanna’ e per la vergogna tace

La Casa Bianca ha dichiarato «illegale» la pubblicazione, il resto del mondo legge allibito. Nei quattro anni 2014-2018, i 25 top miliardari d’America hanno visto la loro fortuna aumentare di 401 miliardi, e in quel periodo hanno pagato 13,6 miliardi in tasse federali.
Un cifrone? Una barzelletta: è il 3,4%. Meno di un quarto dell’aliquota media delle famiglie americane, che incassano circa 65mila dollari l’anno e pagano il 14%. Ed è tutto legale. «Lo scoop fiscale di ProPublica arriva in un momento delicato, in cui il neopresidente Biden parla di aumentare le tasse ai ricchi. Ma Biden vuole alzare dal 37% al 39% l’aliquota sulle grandi fortune. Il problema è che le grandi fortune non pagano il 37, e neanche il 3,7. Pagano il 3,4 – chi lo paga. Perché tra i paperoni d’America va di moda non pagare nulla».

Gente da vergogna pensando molto peggio

Dunque non ha pagato nulla Jeff Bezos (Amazon) nel 2007 e nel 2011. E in questo 2021, dopo aver bloccato l’ingresso del sindacato (tutti comunisti), Amazon poveretta sta chiedendo finanziamenti pubblici. Non ha pagato nulla Elon Musk (Tesla) nel 2018. Ha pagato lo 0,98% in quattro anni il decano degli speculatori, Warren Buffett (Berkshire Hataway). George Soros non ha pagato nulla nel 2016, 2017 e 2018.
L’ex sindaco di New York Michael Bloomberg (gruppo Bloomberg Lp) ha pagato l’1,30% dei 10 miliardi di dollari che ha guadagnato nel 2018. Altre cifre seguiranno, promette ProPublica. Alla fine del 2018, i 25 paperoni valevano tutti insieme 1,1 trilione di dollari

Un trilione, sono mille miliardi, e per fare altrettanta ricchezza ci vorrebbero 14,3 milioni di americani normali.

Distrutti i sistemi «keynesiani»

Delega Usa ai mercati, inventati più efficienti degli Stati nel redistribuire risorse. Chi c’ha creduto, beh, è americano. «Problema è che l’Irs, l’Internal revenue service, che pure ha 80mila dipendenti, continua a dare la caccia al reddito, e lascia indisturbata la ricchezza». Ma è proprio nella ricchezza che i super-ricchi hanno il loro reddito.
Nei clamorosi dati di ProPublica non c’è un solo reato, solo decenni di leggi fiscali pro-ricchezza. Lo scorso aprile gli economisti Emmanuel Saez e Gabriel Zucman avevano calcolato e reso pubblico che le grandi ricchezze esentasse d’America valevano 2,7 trilioni.

Forbes e non il manifesto

E all’inizio dello stesso mese, la rivista Forbes aveva recensito 55 grandi aziende americane che non avevano pagato un solo dollaro di tasse federali, grazie al Tax cuts act firmato Donald Trump. Coppa campioni: Nike, FedEx, il gigante del food Archer Daniels Midlands, quello delle tv via cavo Dish Network, quello del software Salesforce… .
Ma i liberal democratici? «A parte pochi politici liberal, i soli che combattono davvero per tassare i ricchi sono… altri ricchi», denuncia Roberto Zanini.

«Tax the rich», Bibbia della fuga dal fisco

Patriotic Millionaires, un insieme di gente assai solvibile fondato da Morris Pearl, ex dirigente del fondo mammuth BlackRock (il più grande investitore privato del mondo) e dall’avvocato d’affari Erica Payne. Pearl e Payne hanno scritto «Tax the rich», la bibbia della fuga dal fisco, che denuncia tutti i trucchi. Farsi fare enormi prestiti garantiti dalle azioni possedute, e spendere e spandere quelli (non tassati) lasciando il malloppo al sicuro. Raccogliere beneficienza il cui principale beneficiato è il raccoglitore stesso. Investire in opere d’arte il cui valore cala o cresce sulla base di criteri fantasiosi.

I Milionari Patriottici 

I Milionari Patriottici: per essere ammessi nel gruppo serve un milione cash, sempre Zanini ormai sull’orlo di un attacco di bile. Loro propagandano il libro, organizzano show, premono su media e politica, fanno girare ovunque grandi insegne con le facce di Bezos o Musk e la scritta «Tax me if you can», prova a tassarmi. Anche provocatori. Ma La loro bandiera è la Buffett rule, la regola Buffett, proprio quella proposta di aumenti per i ricchi che il vecchio megamiliardario Warren pretendeva, e che non ha mai applicato a se stesso.

«Tax me if you can», prova a tassarmi

Tassare il reddito è facile, ma tassare la ricchezza è tecnicamente un autentico incubo, il commento finale. E L’agenzia delle entrate americana non poi così originale rispetto ad analoghi sconti di casa: ricordate la parolaccia ‘patrimoniale’?

«L’Agenzia delle entrate americana ha da tempo gettato la spugna. Ma qualcosa dovrà fare. Prima che una jacquerie globale obblighi i ricchissimi esentasse a fuggire nelle stesse remote isolette che custodiscono i loro soldi».

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