Dal “Filo rosso” dell’amico Piero filotico vi propongo questo commento al confronto televisivo di ieri sera su “La 7” fra il “signor presidente” Matteo Renzi e il “professor” Zagrebelsky, come si rivolgevano la parola i due ospiti di Mentana. Lo condivido, tranne là dove Piero si dice sorpreso perché il premier “ancora una volta ha fatto ricorso a a frasi fatte e atteggiamenti, a quel modo di porsi che in televisione privilegia l’aspetto esteriore delle discussioni e tende a compiacere i propri tifosi e simpatizzanti”. Semmai, mi ha fatto un po’ arrabbiare il lasciar correre del moderatore alle sue sceneggiate, anche se dobbiamo essergli grati per questi confronti diretti che in RAI sono ancora di là da venire. Non sono d’accordo invece con chi, sui giornali, lo ha definito “un dialogo tra sordi”. Il sordo era soltanto Renzi, al punto che Zagrebelsky a un certo punto gli ha chiesto “ma lei sta ascoltando quello che dico?” e lui di rimando:”Io ho studiato sui suoi libri, professore”. Per non parlare delle rituali smorfie di dispiacere per chi si ostina a non essere d’accordo con le sue valutazioni. Temo invece che né lo “stile” né la “saggezza” di cui scrive Filotico nel titolo del suo post impediranno ai tifosi di Renzi, come avveniva ieri a quelli di Berlusconi, di continuare a stravedere per lui. Per ora. (nandocan)
***di Piero Filotico, 1 0ttobre 2016 – Ieri sera ho avuto l’occasione di ascoltare e riflettere, ammirando la pazienza, la sapienza e soprattutto lo stile della lezione impartita dal vecchio professore, arrivando quasi a commuovermi quando ha ricordato con passione cosa è una Costituzione, quanto il suo fine sia unire e non dividere, quanto sia vitale per una nazione che essa rappresenti l’unità e la coerenza delle leggi, prima fra tutte quella elettorale. Mi sono piaciuti il tono pacato, l’esposizione serena, l’atteggiamento dialogante.
Peccato quindi che il suo interlocutore, chiuso nella sua smisurata autoammirazione, di quella lezione non abbia colto quasi nulla. Solo quando il professore gli ha fatto notare la straordinaria rivoluzione culturale compresa nella differenza tra “vincere le elezioni” e “assumere la responsabilità di guidare il Paese” ho notato in lui una certa perplessità, ma non saprei dire se fosse incredulità, supponenza o derisione. Per costui la priorità è data dal fare in fretta le leggi, non dal farle bene, evitare i ping pong e le lungaggini delle procedure, non il rispetto delle norme e dei diritti di chi non la pensa come lui. In questo mi ha ricordato un suo sciagurato predecessore che ce l’aveva con quello che definiva “il teatrino della politica”, in quanto lui (il predecessore) era per “la politica del fare”.
La sicumera e l’evidente fastidio con cui il più giovane rispondeva all’accorato appello del professore alla ragionevolezza mi hanno dato la misura del baratro in cui potrebbe precipitarci lo sconvolgimento della Carta costituzionale – unito alla nuova legge elettorale – proposto dal governo contro ogni regola democratica e fatto approvare da un docile parlamento composto in maggioranza da fedeli e disciplinati. Ma tanto più costui mi ha sorpreso perché ancora una volta ha fatto ricorso a a frasi fatte e atteggiamenti, a quel modo di porsi che in televisione privilegia l’aspetto esteriore delle discussioni e tende a compiacere i propri tifosi e simpatizzanti, nulla aggiungendo alla discussione, o meglio, alla visione. Che resta quindi miope, di breve durata: quando il vecchio professore ha ammonito sulla possibilità che la riforma accompagnata dalla legge elettorale possa un giorno favorire forze politiche che non hanno in gran conto la democrazia, l’interlocutore ha evitato di replicare, nonostante avesse dichiarato con enfasi di guardare al futuro. Ma forse si riferiva solo al proprio.
“Preferirei una democrazia in cui non vige potere assoluto della maggioranza, ma il confronto quotidiano” ha detto a un certo punto il professore. Ecco, la chiave di volta sta tutta qui, secondo me. In un atteggiamento aperto, nel rispetto di chi non la pensa come te, nell’essere pronti ad ammettere errori e perfino ad accogliere proposte migliori delle proprie, ancorché provengano dagli avversari. Comincio invece a temere che dall’altra parte tutto si riduca tristemente a qualcosa di simile alla storica e ben nota affermazione del marchese del Grillo.