Yemen, dopo gli assaggi d’avvio, il primo vero esame di politica estera per Biden

***di Piero Orteca, da Remocontro, 8 marzo 2021

Scontri d’assaggio, più segnali che sostanza, tra americani e milizie sciite al confine tra Siria e Iraq, «ma adesso le fiamme della crisi crepitano fragorosamente nel vicino Yemen, a dimostrazione che gli scontri tra le grandi strategie di politica estera si giocano sempre più ‘fuori casa’».
Per Biden, come far cessare il massacro senza sbilanciarsi troppo tra Iran, sauditi e arabo sunniti, e senza allarmare Israele.

Yemen martoriato

Nel martoriatissimo stato della penisola arabica, si sono riaccesi i combattimenti tra il governo centrale sunnita e i ribelli sciiti Houthis, che controllano gran parte del territorio. In particolare, i rivoltosi sostenuti da Teheran proprio in questi giorni stanno conducendo un tentativo di penetrazione nel nord-est del Paese, che i governativi fronteggiano con affanno. Gli scontri sono stati particolarmente cruenti a Mareb, dove si parla di oltre cento di morti. Un ruolo fondamentale nel contenimento dell’attacco Houthi sarebbe stato quello dell’aviazione saudita schierata fuori casa, che avrebbe ripetutamente colpito le milizie sciite e i suoi centri di rifornimento. Questa la scarna cronaca, che comunque induce a ben più larghe riflessioni.

Trump-Biden cosa cambia nel macello?

Nello scacchiere mediorientale, con l’arrivo di Biden, spira certamente un vento nuovo. Problema è che gli analisti si chiedono se si tratta di una gradevole brezza che porterà equilibrio e stabilità oppure dei prodromi di una tempesta che potrebbe diventare un vero e proprio tornado. E qui i pronostici si sprecano. Se non altro perché il nuovo Presidente americano, nel suo primo discorso operativo, ha messo in testa proprio lo Yemen come cartina di tornasole della rivoluzione nelle relazioni internazionali della nuova Casa Bianca, nominando persino un inviato speciale, Tim Lenderking, proprio per lo Yemen. Primo approccio, la moderazione, “un colpo al cerchio e uno alla botte”, detta malignamente, sperando sia solo per prendere meglio le misure a problema e contendenti.

Trovare gli spazi per un accordo

Detta con maggior gentilezza, Joe Biden che sta cercando di mettere d’accordo amici, nemici, parenti e vicini di casa con la minima spesa. Gli Stati Uniti vogliono riprendere in mano il bandolo della matassa della politica mediorientale che avevano perso per strada con Trump. Cercando di recuperare il dialogo con l’Iran, ma senza perdere la faccia con l’arcipelago sunnita, soprattutto, senza mettere a rischio i rapporti con l’amico di sempre: Israele. Perché lo Yemen rappresenta una sorta di “simulation game” dove trasporre in modello tutta la strategia bideniana? Presto detto. Perché in questo momento è la tessera più probante del complesso mosaico mediorientale, racchiudendo tutti gli elementi che concorrono a rendere un vero e proprio “puzzle” la diplomazia in tutta codesta macro-area.

Prova d’esame mediorientale

Nello Yemen si confrontano sunniti e sciiti, cioè in sostanza a dirla papale papale, Arabia Saudita e Iran, con tutto il blocco degli alleati appresso. Israele non è spettatore direttamente interessato, ma prende le parti di quei sunniti moderati che gli garantiscono una sicurezza nazionale molto più affidabile di quella che potrebbe arrivare da altre parti. A questo punto, gli Stati Uniti devono togliere la spina alla guerra civile nello Yemen se vogliono scaricare le tensioni nella penisola arabica e transitivamente, nel Golfo Persico. Impresa difficile per Biden, perché si tratta in qualche modo di smentire anche la politica a suo tempo fatta da Obama, che per dare un contentino ai sauditi sostenne la grande coalizione antisciita proprio nello Yemen.

Dopo Trump ma anche dopo Obama

Correva l’anno 2015 e Barak Obama, che già aveva programmato di appoggiarsi agli ayatollah per risolvere il contenzioso siriano e la guerra col Califfato, dovette aggirare in tal modo le rimostranze che arrivavano dai sunniti moderati e da Riad in particolare. Il risultato? Interlocutorio, perché aggiusta di qua e aggiusta di là, gli equilibri non sono mai stati omogenei, ma si sono spalmati a macchia di leopardo. Poi, naturalmente, Trump ci ha messo del suo finendo di mandare alla malora quello che di buono aveva fatto l’ex Presidente democratico. Ora Biden vuole mettere tutti d’accordo, quadrando il cerchio. Ma non gli sarà per niente facile. Anche perché la politica del “bilancino” è molto complicata da concepire e ancora più difficile da attuare.

Alla scoperta della ‘dottrina Biden’

E poi ci sono i contesti, la specificità di ogni area, che saranno sottoposti alla dottrina Biden. La diplomazia Usa nello Yemen, per esempio, deve tenere conto che sei anni di guerra hanno portato questo Paese ad essere l’ultimo degli ultimi. Secondo l’Onu, l’80% della popolazione yemenita rischia di morire di fame nel senso più letterale del termine , mentre gli aiuti umanitari sono stati addirittura dimezzati. Inutile sottolineare che in una tragedia di questo tipo chi paga il prezzo più alto sono gli ammalati, le donne, gli anziani, ma soprattutto i bambini, tutti vittime inconsapevoli di una legge disumana che non è fatta solo di bombe e di missili, ma sempre più spesso di guerre di parole.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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