Visco: un errore chiedere flessibilità. Bisogna fare una battaglia esplicita per cambiare la politica europea. In Italia altro che pensioni, fondamentale la lotta all’evasione.

Visco VincenzoVi ricordate come parlava un ministro economico di centro sinistra? Come pensate che parlerebbe oggi? Se non lo ricordate o non riuscite più nemmeno a immaginarlo, Roberto Seghetti ha intervistato per voi l’ex ministro dell’economia Vincenzo Visco, ora presidente dell’associazione NENS (Nuova Economia Nuova Società)(nandocan).
***di Roberto Seghetti, 21 agosto 2014 (dal sito “Il campo delle idee”) – Ha fatto bene Renzi a smentire le notizie sulle richieste di flessibilità in Europa e su un eventuale intervento sulle pensioni, perché sarebbero due errori gravi.Sarebbe sbagliato chiedere più flessibilità all’Europa, perché bisogna fare una battaglia esplicita per cambiare la politica economica. Le riforme ci vogliono, ma da sole non rilanciano la crescita.E dovremmo dire basta con le ricette del taglio con l’accetta della spesa pubblica. Sono figlie di un’ideologia che ha prodotto solo danni.Il presidente del Nens, Vincenzo Visco, contesta senza mezzi termini l’impostazione di fondo delle ricette e dell’ideologia predominanti negli ultimi anni. In questo contesto, sostiene Visco, rientra anche l’idea di tagliare le pensioni, un intervento che deprimerebbe i consumi interni.

In Europa sarebbe bene fare dunque una battaglia a viso aperto. E in Italia pensare a una riorganizzazione seria della pubblica amministrazione, dice il presidente del Nens in questa intervista, ad avviare un programma di risparmi e di efficientamento della Pa, a rinnovare nel mondo del lavoro, ma anche a costruire una strategia concreta per recuperare l’evasione fiscale (e contributiva), perché se ne parla troppo poco e invece oggi è la fonte più consistente dalla quale trarre le risorse necessarie per abbassare e razionalizzare un prelievo fiscale troppo alto, soprattutto su chi produce.

D. La crescita non c’è ancora. I consumi ristagnano. I prezzi calano. Basterebbe un po’ di flessibilità in più in Europa per non dover intervenire più pesantemente?
I problemi sono intrecciati tra piano nazionale e piano europeo. Sul piano europeo è sempre più evidente che dovremmo fare una battaglia esplicita contro la politica economica seguita in questi anni dall’Unione europea, che è stata sbagliata e ci ha portato solo guai.
D. Cioè non basta chiedere più flessibilità?
Non è che non basta, è sbagliato. Caso mai quello può essere uno degli esiti della battaglia, ma è tutta l’impostazione di fondo che va combattuta esplicitamente. Non basta bofonchiare, come fanno troppo spesso italiani e francesi, bisogna fare una battaglia esplicita. E’ sbagliata l’ideologia che è alla base della politica economica seguita.
D. Quindi il governo dovrebbe contestare apertamente la linea di Bruxelles…
Dico la verità. Rimango interdetto quando in Italia si condivide convintamente, e ancora, anche a livello di governo, l’approccio seguito fin qui in Europa. Dicono fate riforme strutturali…
D. E non è giusto?
Certo che è giusto, noi dobbiamo farle. Ma nell’impostazione della destra  che ha governato l’Europa fin qui quella ricetta è il frutto di un’impostazione simile a quella di Margaret Thatcher, che diceva: “Non esiste la società, esistono gli individui”. Ecco, loro dicono, e pensano: “Non esiste l’Europa, esistono gli Stati, e si arrangino ognuno per se stesso”.
D. Quindi bisogna fare le riforme che servono, ma non basta?
Non è che se fai le riforme poi riparte la crescita. Le riforme vanno fatte. Ma la crescita riparte se l’Europa cambia politica economica, se la Germania rilancia la domanda interna limitando il debordante surplus commerciale, se si realizza un programma di consistenti investimenti pubblici, europei prima ancora che nazionali. Se c’è più Europa, non meno.
D. Però molti e quotati economisti sostengono che per far ripartire la crescita bisogna tagliare la spesa pubblica per tagliare le tasse. Giavazzi e Alesina sul Corriere della Sera hanno proposto di tagliare almeno una trentina di miliardi di euro di spesa pubblica.
Questa è come le prescrizioni europee. E’ chiaro che è bene risparmiare e spendere meno. A parità di beni acquistati da parte della pubblica amministrazione si può risparmiare fino al 20 o anche il 30 per cento, centralizzando gli acquisti. Si rispamierebbe cioè la parte di spesa dovuta alle diverse forme di corruzione. E se si fa una riorganizzazione industriale della pubblica amministrazione si può rendere più efficiente la macchina dello Stato e risparmiare. Ma altra cosa è tagliare tutto, dalle pensioni alla sanità, dalla scuola all’assistenza, come è stato già fatto in questi anni senza risolvere il problema, per ridurre le tasse. Questa è la traduzione dell’ideologia secondo la quale una riduzione del ruolo dello Stato rende più efficiente e positiva l’economia. Questa è solo una visione ideologica.
D. Anche l’ennesima proposta di intervenire sulle pensioni, smentita da Renzi, fa parte di questo atteggiamento?
Io penso che se metti paura ai pensionati nella realtà italiana corri il rischio che calino i consumi. Se tagli le pensioni, uno dei cespiti che ha permesso a nonni, figli e nipoti di reggere la crisi, è chiaro che si può ridurre la domanda interna. Anche un bambino lo capirebbe. E di tutto abbiamo bisogno oggi meno che di far calare ancora i consumi interni. Già stiamo in stagnazione. Lì, in quelle ricette, c’è tutta l’ideologia dominante in questi anni. Sono i sacrifici di sangue imposti dagli arcigni dei del profitto privato. Che poi, se la gente non ha denaro da spendere compra di meno, le imprese di conseguenza producono meno beni e non si vede perché in questa situazione dovrebbero riprendere gli investimenti in imprese che vedono restringersi il mercato. In questo contesto penso anche agli interventi convinti presi dal governo Monti e, in parte, anche del governo Letta. Spero che Renzi non condivida questi luoghi comuni, come lascia pensare anche il suo intervento.
D. Ma intervenire bisogna. I conti pubblici in qualche modo vanno tenuti sotto controllo e per finanziare eventuali programmi di intervento servono risorse…
Certo che bisogna intervenire, chi dice di no? Lo ripeto: è giusto lavorare per risparmiare spesa pubblica, è giusto spendere di meno. Bisogna farlo seriamente. Prima si comincia meglio è. Ma è sbagliato pensare a scorciatoie miracolistiche. Bisogna fare un piano industriale per la pubblica amministrazione e realizzarlo. Bisogna riorganizzare. Altra cosa è andare giù con l’accetta. Se servono risorse, e servono proprio per ridurre la pressione fiscale che è troppo alta e troppo a sfavore di chi produce, vorrei ricordare che c’è anche una consistente voce da attivare.

Parlo della lotta all’evasione fiscale. Il Nens, il nostro centro studi, ha condotto uno studio e preparato un progetto, un pacchetto di proposte concrete. Si parla di 59 miliardi di euro l’anno, a partire dal terzo anno di riforma. Anche se nella realtà se ne incassassero solo una parte, sarebbero comunque risorse che potrebbero essere investite appunto in riduzione e in razionalizzazione dell’imposizione fiscale. E’ un problema che esiste o no? E non è una delle riforme di fondo da fare?

Quando sono stato al governo io ho fatto, per quel che ho potuto, la mia parte. Ma i governi della destra hanno smantellato quel che era stato costruito. Oggi se ne vuole parlare sul serio e si vuole fare o no? Ecco, non vorrei che per seguire la solita ricetta che ha già prodotto tanti guai, non si cogliesse l’occasione per ricominciare a costruire una seria strategia contro l’evasione fiscale. Facciamo le riforme che riguardano la spesa e l’efficienza della pubblica amministrazione, rinnoviamo il mondo del lavoro, ma affrontiamo anche il problema dell’evasione fiscale (e contributiva, perché uno dei problemi dello squilibrio previdenziale sta anche nel lavoro nero).

Tutti gli studi dicono che l’evasione fa mancare alle casse dello Stato almeno 150 miliardi di euro l’anno. Non dico che si possono recuperare tutti. Puntiamo a un terzo, a un quarto, a un quinto… Sarebbero comunque somme ingenti. E ogni euro recuperato potrebbe, anzi dovrebbe obbligatoriamente, andare a finanziare l’abbassamento e la razionalizzazione del prelievo.

– See more at: http://www.ilcampodelleidee.it/doc/228/visco-un-errore-chiedere-pi-flessibilit-bisogna-fare-una-battaglia-esplicita-per-cambiare-la-politica-economica-europea-in-itali.htm#sthash.fo4nU0nU.dpuf

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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