Virginia, Roma e la politica faidate

Roma, 4 settembre 2016 . – Non interferire ma controllare e indirizzare. Se, come par di capire dai giornali, questa fosse la decisione adottata dai Cinque Stelle sul comportamento da tenere nei confronti della sindaca Raggi e della sua amministrazione, a mio avviso sarebbe la scelta giusta. Un atteggiamento collaborativo del direttorio nei confronti degli eletti  nelle istituzioni è condizione indispensabile per il buon governo della città.

Ha ragione Massimo Franco a scrivere sul Corriere della sera che “la sindaca il vero contratto l’ha stipulato con gli elettori, non con Grillo e la Casaleggio associati“, ma un programma ambizioso e controcorrente come quello proposto dai grillini non si realizza soltanto con la capacità del sindaco e dei suoi collaboratori, per quanto di “altissimo livello”. Esige un forte sostegno politico, senza il quale gli ostacoli diverrebbero insormontabili e le resistenze conservatrici o mafiose difficilmente superabili. Privi di questo sostegno e di una collaborazione dialettica da parte del PD, Ignazio Marino e la sua giunta avrebbero prima o poi dato forfait anche senza le dimissioni dei consiglieri firmate davanti al notaio. Insomma, non vorrei che questo invito del direttorio alla Raggi ad agire in piena autonomia ma assumendosene tutta la responsabilità somigliasse a troppo a quello che le ha rivolto giorni fa il vice direttore di Libero, Franco Bechis. L’esortazione cioè ad un ruolo, suicida sia per lei che per il movimento, di “donna sola al comando”.

Se non bastano i trentamila attivisti del web, figuriamoci i cerchi o i “raggi magici”. Partito o movimento che sia, serve un soggetto politico organizzato e diffuso nel territorio, quello che il Partito democratico avrebbe potuto ma non ha saputo o voluto essere. Capace di mediare e trasmettere le idee, le proposte, le attese e, perché no, le competenze diffuse tra i cittadini.Voglio sperare che i Cinquestelle abbiano capito che per governare una città grande e malmessa come Roma l’onestà non basta. Bisogna avere un progetto e le risorse per realizzarlo. Non basta neppure riuscire a mettere insieme una squadra di tecnici esperti perché, come ci ricorda Nadia Urbinati, “essere un buon professionista non è lo stesso che essere un buon attore politico”. E la buona politica serve per cambiare la qualità del vivere a Roma, eccome se serve.

Ho scritto che l’onestà non basta ma se molti romani hanno votato per Virginia Raggi non è perché fosse una brava ragazza, carina per giunta, o perché i suoi presentatori fossero particolarmente simpatici. I romani hanno scelto i grillini perché contano o sperano, dopo gli scandali degli ultimi anni e tante delusioni subite dalla cattiva politica, di trovare in loro il disinteresse e soprattutto la determinazione necessaria a guarire l’amministrazione capitolina dall’inettitudine della burocrazia o gran parte di essa e dall’intreccio mafioso con poteri più o meno occulti che hanno succhiato finora energie e risorse destinate a risolvere i mali endemici della capitale, dall’igiene al decoro urbano, alla mobilità.

Un compito a cui i 5stelle si mostrano già inadeguati? Questi primi due mesi di sbagli e traccheggiamenti a Roma non bastano a dare sul movimento romano un giudizio definitivo, negando faziosamente ogni speranza di cambiamento. Offrono però lo spettacolo deludente di una lotta di fazioni già sperimentata con i vecchi partiti. E una mancanza di trasparenza che non ha messo finora chi sta fuori in condizioni di sapere e di capire. Perché è chiaro che non c’è vera democrazia senza il confronto di idee diverse, anche sulle scelte importanti per la città, purché non siano dettate da pregiudizi di corrente e da animosità personali. E specie quando non si tratta di questioni interne al movimento, tutto dovrebbe svolgersi alla luce del sole.

 

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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