Vaccini: «La Commissione si è piegata alle aziende farmaceutiche»

da Remocontro, 6 marzo 2021

«Come ha potuto la Commissione europea accettare di inchinarsi così di fronte alle case farmaceutiche?». È l’accusa che la deputata del Parlamento europeo, Manon Aubry, ha lanciato durante la seduta plenaria del Parlamento Ue rivolgendosi direttamente alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Un attacco argomentato e documentato che esplode politicamente a tre settimane di distanza.
Secondo l’eurodeputata le trattative mancano di trasparenza. E anche nei contratti resi pubblici, mancano le informazioni principali, «come prezzo e programma di consegna».
«E sui brevetti stesso scandalo. Siamo capaci di imporre restrizioni incredibili alla libertà dei nostri concittadini, ma non siamo in grado di imporre regole per i big pharma?»
E Manon Aubry, europarlamentare francese di 31 anni del gruppo della Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica, chiede l’istituzione di una «Commissione d’inchiesta sulle responsabilità della Commissione per questo disastro».

L’eurodeputata spiega

«La logica di mercato e di libero scambio ha prevalso. Il problema di fondo è che la salute non è considerata un bene comune, ma un prodotto come un altro sul mercato», l’eurodeputata del Gue spiega le ragioni del suo duro intervento a Bruxelles, «La sola strada possibile è togliere la proprietà intellettuale sui brevetti», dice ad Anna Maria Merlo.
L’intervista al Manifesto: penuria di vaccini, paesi che si sganciano dalle scelte comuni per trovare vie nazionali, polemiche, la Ue naviga ancora in acque agitate nella risposta alla crisi del Covid, mentre fuori dal blocco alcuni paesi cominciano a vedere la fine del tunnel. Di chi sono le responsabilità per questa situazione?

Le accuse alla Commissione

«Nei negoziati con i laboratori farmaceutici, la Commissione è stata debole, più debole della controparte, non ha imposto né le condizioni, né le regole, che sono state decise dalle grandi società. Eppure, sono stati messi soldi pubblici, i soldi dei cittadini, per sviluppare i vaccini. Ma i laboratori farmaceutici rifiutano la trasparenza, sia sui contratti che sugli utili. Pfizer, per fare un esempio, sta facendo utili intorno al 30%. E contemporaneamente rifiuta anche, come gli altri laboratori, di togliere la proprietà intellettuale sui brevetti, proprio in un momento in cui ci sarebbe necessità di produrre grandi quantità di vaccini su scala mondiale per uscire dalla crisi.
Mai la Commissione ha imposto le sue regole, abbiamo la sensazione che si sia fatta prendere in giro fin dall’inizio, che sia stata più debole della controparte
».

Chi peggio chi meglio ma tutti sotto big pharma

Alcuni paesi, Israele, Gran Bretagna, Usa, hanno ottenuto le dosi, eppure anche loro non hanno imposto regole ai laboratori farmaceutici, anzi, in alcuni casi hanno anche ceduto dati sensibili.
«Certo, ha prevalso dappertutto la logica di mercato. Usa, Gran Bretagna, Israele hanno ordinato i vaccini prima della Ue, subito, a marzo dell’anno scorso, quando già era evidente che sarebbe stata questa una via di uscita dalla crisi. Hanno pagato di più. La logica di mercato e di libero scambio ha prevalso. Il problema di fondo è che la salute non è considerata un bene comune, ma un prodotto come un altro sul mercato. Si è scatenata così una corsa alla concorrenza terribile. La lezione è che dobbiamo riprendere il controllo collettivamente, imporre le nostre condizioni di cittadini».

Brevetti pubblici sui vaccini?

Si arriverà ai brevetti pubblici, come è già successo per altri vaccini?
«È la sola strada possibile per uscire dalla pandemia. Perché se non vengono vaccinati tutti, si scatena una corsa contro il tempo con le varianti, l’epidemia muta e ritorna, in un terribile circolo vizioso. La soluzione è togliere i brevetti il più presto possibile, abbiamo l’esempio dell’Aids, della poliomielite, del gel idro-alcolico. È una sfida politica, ma la Ue è debole. Lo chiede il mondo scientifico, più di 100 paesi hanno presentato alla Wto (organizzazione mondiale del commercio) la richiesta di eccezione sulla proprietà intellettuale, ma ci sono degli stati, anche nella Ue, che bloccano questo processo, che continuano a proteggere i laboratori farmaceutici. Solo una pressione che viene dai cittadini può sbloccare la situazione e portare al successo su questo fronte, per uscire dalla crisi. È una questione di democrazia».

Il governo europeo sul Covid

Si può dire che la scelta della Commissione di gestire i vaccini in modo comune sia stata positiva?
«Dal principio c’è stato un ognuno per sé, sulle mascherine, sui respiratori… Era un gioco a somma negativa per tutti. Ma la Commissione non ha tratto tutte le lezioni di questo inizio caotico: certo, c’è stato l’approccio comune, ma questo non è stato sufficientemente forte per contrastare le logiche nazionali. Avrebbe dovuto succedere il contrario, una Commissione forte che decide la legge, perché nei fatti la Ue è forte. Invece, sembra che al posto della Commissione a decidere siano stati i direttori generali dei laboratori farmaceutici».

La solidarietà internazionale

«Il meno che si possa dire è che la solidarietà internazionale non gode di buona stampa. Domina la logica dell’ognuno per sé. Il 70% dei vaccini è stato somministrato in 10 paesi, questo la dice lunga. Ma è anche una questione di efficacia, con le varianti che creano un circolo vizioso. Condividere le soluzioni, massificare la produzione per il beneficio di tutti, questa è la soluzione. Invece domina la logica protezionista in questa nuova guerra sanitaria: la logica di mercato, dove i laboratori fanno profitti, la logica del libero scambio, che ha fatto sì che non ci sia una vera sovranità sanitaria europea. Ne vediamo i limiti. Dobbiamo voltare pagina».

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

gtag('config', 'GTM-K2KB4MR', { 'send_page_view': false });
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: