USA e America Latina:serve una svolta

***di Livio Zanotti, 23 gennaio 2021 – Necessità e volontà di compierla ci sono. Basteranno? Ben concrete, vanno oltre le trasparenti simbologie trasmesse dalla diafana Lady Gaga, molto più pop che wasp nel suo patriottismo canoro; e da Jennifer Lopez che in uno spagnolo con l’accento di tutti i Bronx d’America ha inneggiato a: “libertad y justicia para todos!” (un eco di Papa Francesco in cima a Capitol Hill). Tra elezione e insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca i morti di Covid in America sono aumentati da 800mila a oltre un milione (408mila negli Stati Uniti, più dei loro caduti nella II Guerra Mondiale).

Raddoppiata la povertà estrema*

In un anno sono andati bruciati decine di milioni di posti di lavoro, raddoppiata la povertà estrema in entrambi gli emisferi. Il PIL latino-americano perde l’11 per cento, 4 volte quello USA (rifocillato nell’ultimo trimestre 2020 dai profitti concentrati della speculazione finanziaria, non dalla creazione di ricchezza reale). Serve una svolta.

Biden decreta da subito la fine dei muri, diritti da riconoscere progressivamente agli immigrati e stanzia 1900 miliardi di dollari da investire nel riscatto di produzione, consumi e 12 milioni di statunitensi in miseria. Sostanzia così tangibilmente promesse tanto eccezionali quanto necessarie e urgenti per sottrarre il paese alla duplice morsa di crisi socio-economica e pandemia.

Già risale la prima colonna di disperati

Mentre l’Unione Europea reagisce lentamente e l’America latina sussulta tra vigorose rivendicazioni popolari, democrazie logorate, indebitamento crescente (come del resto gli USA, giunti a loro volta al 105 per cento del PIL) ed economie in recessione. Dall’Istmo, trattenuta a forza da polizie ed eserciti di Guatemala e Messico, già risale la prima colonna di disperati che nelle aperture del nuovo presidente degli Stati Uniti intravvede la speranza di varcarne le frontiere. E’ un mondo che vacilla anche in latitudini un tempo consolidate.

Riunite dal common-sense (inteso come riconoscimento dell’evidenza empirica nella scienza e di un anelito ideale alla salvezza comune, rifiuto del pensiero irrazionale e del pregiudizio escludente), negli Stati Uniti grandi città e potenti imprese, popolo e importanti spezzoni di élites hanno costituito la maggioranza che ha scelto Joe Biden. Arrestando con lui la cavalcata delle valchirie, per rianimare una società a lungo stordita in un ottimismo da Homo Deus e poi dalla sua evanescenza. Per prendere le distanze da una polarizzazione culturale e sociale giunta ormai a lambire il rischio di guerra civile.

Ritorno alla diplomazia multilaterale

Il ritorno alla diplomazia multilaterale per la protezione dell’ambiente e dei commerci proclamato dal nuovo presidente è una netta inversione di marcia, riprende la collaborazione con l’Europa e una volta ancora si presenta come modello e traino capace di esercitare un richiamo decisivo sull’intero subcontinente americano.

Nel promettere che sarà il Presidente di tutti i 328 milioni di statunitensi (anche di quanti non l’hanno votato e che sappiamo essere una considerevolissima minoranza impaurita e risentita dalla decadenza), Biden ha tracciato però un limite: in democrazia c’è posto per la controversia più aspra, che ne esprime anzi l’essenza stessa; ma non per la menzogna.

In questo tempo di post-verità (che più d’uno interpreta come la licenza a dire e fare qualsiasi cosa, talvolta nel momento stesso in cui la nega) è una definizione che circoscrive con nettezza il campo di gioco istituzionale interno così come nelle relazioni internazionali. E in quelle inter-americane preannuncia il riaffiorare di questioni scaturite storicamente dalla precoce vocazione imperiale della più forte potenza di tutti i tempi e dai ritardi accumulati nei progetti di sviluppo nazionali latinoamericani, alcuni dei quali ormai in crisi irreversibile.

La dollarizzazione delle economie

Pur nelle notevoli diversità delle rispettive storie e dimensioni, Venezuela e Cuba esemplificano quanto più non si potrebbe le conseguenze estreme generate dalle contraddizioni nei rapporti dell’America Latina con la potenza egemone (e per contrasto l’inadeguata incidenza dell’Europa, nonostante la sua storica, densa presenza etnica e culturale nella regione).

A 61 anni dalla rivoluzione castrista e 21 dopo l’elezione di Hugo Chavez, gli eredi delle loro audaci battaglie indipendentiste in nome di Marty e Bolivar, stanno rassegnandosi alla crescente dollarizzazione delle rispettive economie. Significa per ultimo perderne il controllo politico per consegnarsi ai fluttuanti interessi di un altro paese. E’ il tentativo finale di ottenere un aumento di produttività da riversare nell’export, il gradino immediatamente precedente all’ingovernabilità.

Venezuela e Cuba asfissiate dal blocco

Frenate all’inizio dalle insufficienze di risorse e del mercato interno, asfissiate poi dal blocco commerciale imposto da Washington, Cuba e Venezuela scontano con la dollarizzazione la continua svalutazione delle monete nazionali. Conseguenza occulta di un indebitamento non perciò meno reale, accumulato malgrado gli enormi sacrifici sopportati dalle popolazioni anche nelle loro più elementari necessità alimentari, in cambio di educazione e assistenza sanitaria gratuita per tutti, ma la cui qualità si è nel tempo fortemente deteriorata insieme alle iniziali idealità etiche.

Neppure la dollarizzazione, tuttavia, può risolvere il mancato sviluppo, né stabilizzarlo. Non vi è riuscito nessuno dei pur minuscoli paesi che l’hanno posta in pratica. Fa eccezione solo Panama, che gode però di condizioni irripetibili (off-shore bancario, Canale, turismo).

Una collaborazione meno iniqua?

L’amministrazione Biden e l’establishment economico degli Stati Uniti dovranno dunque decidere se e come negoziare una qualche nuova forma di meno iniqua collaborazione, con quello che per eccesso di voracità e scarsa lungimiranza è stato tanto a lungo visto come “il cortile di casa propria”. Oppure mantenervi situazioni tanto deteriorate da non poter escludere in qualsiasi momento irrimediabili e contagiosi collassi.

La scelta è tra l’azzardo di restaurare la democrazia negli Stati Uniti, lasciando che al di là del rio Grande continuino a crepitare i vulcani degli interessi iper-concentrati, del suprematismo bianco e dell’estremismo religioso; oppure interloquire con le forze più affidabili nell’impegno comune a favore di una crescita utile alla riduzione delle disuguaglianze e al consolidamento della democrazia. All’Avana e a Caracas, a Brasilia e a Bogotà, sanno che eludere questa possibilità sarebbe alto tradimento.

*Titolazione e grassetto di nandocan

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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