Uomini e donne, femmine e maschi

***di Giovanni Lamagna, 21 gennaio 2022

Ho sempre sentito una fortissima attrazione, propensione verso le relazioni in generale e verso le relazioni con le donne in particolare. Allo stesso tempo ho sempre avvertito una forte resistenza a chiudermi in un’unica relazione, del tipo “due cuori e una capanna”. O, meglio, ne sono anche stato tentato. Ho conosciuto, quindi, l’istinto a ricercare il calore e le sicurezze del nido. Ma ben presto, dopo un po’ che l’avevo costruito, ho avvertito sempre il bisogno di riaprire le ali e tornare a volare. Non certo per staccarmene e farne a meno del tutto, per scapparne. Ma per non restarne prigioniero, impaniato, ingabbiato.

Tornare a volare: una modalità del vivere dei maschi che le donne non hanno

Credo che questa sia una modalità del vivere che caratterizza un po’ tutti noi maschi, chi più e chi meno, con le debite e naturali differenziazioni individuali. Nella donna, invece, almeno nella maggior parte delle donne che ho conosciuto io, anche in quelle culturalmente più evolute, vedo, constato la tendenza opposta: a chiudersi, a fare nido e basta, a non uscirne se non per brevi e sporadiche capatine fuori, a rendersi così in qualche modo prigioniera dell’uomo con cui entra in relazione e della famiglia messa su insieme.

In questo tipo di donna – sarei stato tentato di scrivere nella donna in generale – domina insomma il sogno, la fantasia, quasi ancestrale, dell’amore eterno, se non, addirittura, dell’eterno innamoramento. Un bisogno di sicurezza e di protezione illimitato che sovrasta ogni altro desiderio, che così viene soffocato, represso, ancor prima che affiori, che si manifesti.

Un bisogno di sicurezza e di protezione illimitato che sovrasta ogni altro desiderio

Le potenzialità affettive, erotiche, sessuali, intellettuali di molte donne (se non proprio di tutte) rimangono in questo modo monche, amputate, se non allo stato puramente larvale, embrionale. Poi la stessa donna magari se la prende con l’uomo, col maschio, che le tarperebbe le ali, che ne impedirebbe l’autonomia, l’emancipazione, la completa realizzazione. Il che è anche vero; ma solo in una certa misura e non completamente; perché spesso in questo modo la donna scarica semplicemente il barile delle proprie responsabilità.

Infatti, il più delle volte è la donna stessa che rinuncia alle sue potenzialità: alla felicità possibile ma insicura e precaria, in nome di una sicurezza garantita, protetta, e però molte volte opaca, grigia, talvolta addirittura malinconica. Insomma, a mio avviso e per dirla con un’affermazione famosa di Sartre, la donna è “per metà vittima, per metà complice…” della sua condizione sociale.

Se è vero che la principale vocazione della donna è quella di diventare madre

Sarà forse vero che – come dicono molti ancora oggi – la principale vocazione della donna è quella di diventare madre e che con la felicità di essere madre (sconosciuta ovviamente all’uomo) ella compensa le frustrazioni collaterali legate a questa sua propensione fondamentale? Può darsi! Ma, se questo fosse vero, allora avrebbero ancora senso le sue rivendicazioni per la totale parità con l’altro sesso in tutta una serie di ambiti, dai quali finora storicamente è stata tagliata fuori?

Verrà dunque un tempo – a mio avviso – nel quale la donna dovrà fare i conti con quello che vuole realmente, con quello che veramente desidera: continuare ad essere fondamentalmente madre e quindi relegata nel ruolo principale di custode della casa, del nido familiare? oppure uscire anche lei dal nido e affrontare le perigliosità, i rischi, ma anche le occasioni e le opportunità che ne conseguono?

Credo che le donne (parlo qui della grande maggioranza delle donne e non delle ancora poche e rare avanguardie che si differenziano da questa maggioranza) non possano restare a lungo in mezzo al guado in cui si trovano, in questa sorta di ambivalenza antropologica che le caratterizza ancora oggi nel mondo contemporaneo, almeno qui in Occidente.

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