Uno Stato creato dall’informazione

Con Antonio Cipriani, come con Massimo Marnetto, una domenica all’insegna del pessimismo. Della ragione naturalmente. Ma poi, dopo aver ascoltato il discorso di Enrico Letta, eletto quasi all’unanimità segretario dall’Assemblea nazionale del PD, possiamo sempre contare, come il gran finale inatteso di questo articolo, sull’ottimismo della volontà (nandocan)

***di Antonio Cipriani, da Remocontro, 14 marzo 2021

Viviamo in tempi bui, non solo per la pandemia, per le restrizioni alla libertà o per la mediocrità delle soluzioni. Bui perché paura e speranze si giocano a dadi le nostre vite. Ed è impossibile non vedere in controluce la trama assurda di un tempo dominato da qualcosa che somiglia a un sistema feroce e nello stesso tempo suadente, tossico. Che provoca desiderio e assuefazione, che si muove sulle ali dorate dell’informazione, che niente ha a che fare con quell’insieme di etica, verità, giustizia sociale che un tempo abbiamo sognato, ma che oggi genera una pallida rete di rassicurazioni ed emergenze, di proiezioni verso un futuro che nessuno potrà verificare. 

Un luogo oscuro dove le persone peggiori hanno perso la paura e le migliori, oltre alla speranza, hanno perso tutto.

Mi occupo d’informazione da molto tempo, da eretico del mestiere, sempre avvolto dai dubbi come una nebbia antica che cerco di diradare, non adeguandomi a quello che sembra talmente evidente da essere indiscutibile. E dopo tanto tempo mi sorprendo ancora di fronte al palcoscenico dello spettacolo integrato, come direbbe Guy Debord, a questo modello mediatico talmente invasivo da non lasciare altro spazio da sé. Che taglia e cuce, urla e tace, imprimendo mentalità. Un modello che si presenta come oggettivo, professionale, tecnico direi (va di moda). E proprio per questo somiglia ai poteri che siamo abituati a subire in silenzio; è parte integrante della nuova classe dominante, la cui forza risiede nella costruzione di un consenso preventivo e indiscutibile, quindi anche nella proprietà e nel controllo dell’informazione. 

Niente di nuovo, mi direte. Vero, ma è drammatico il fatto che neanche di fronte a una pandemia che sta sconvolgendo il mondo, è possibile sapere fino in fondo che cosa ci accade. Quindi è impossibile capire, scegliere, agire, prendere posizione. È tutto un monotono infinito monologo che ci porta a credere di avere ogni cosa sotto controllo, senza mai intaccare il flusso reale che condiziona politica, economia, società. Tutte variazioni sul tema. Nessuna sovversione. Tantomeno quando, come altra faccia della stessa medaglia, a fare casino per finta sono gli ululanti, i complottisti, i furbetti del likettino, gli assatanati che odiano per sentito dire e che, gira che ti rigira, sono sempre dalla parte di chi detta legge e quindi del manganello. 

Per esempio Big Pharma. Scrive Vichi De Marchi sulla eliminazione dei brevetti per i vaccini anti Covid: “I paesi ricchi si oppongono. La nostra salute resta in mano alle grandi multinazionali. Nulla da stupirsi se poi le aziende con i brevetti fanno il bello e il cattivo tempo e decidono le regole del mercato. Però per favore che la smettano a Bruxelles di minacciare rappresaglie e fare la voce grossa con gli inadempienti del vaccino, di urlare l’emergenza e di negarla quando si toccano gli interessi privati”. 

Già, e se voi prendete un argomento qualunque, la questione palestinese o un tema ecologico, il governo del paese con i suoi tecnici, l’ingiustizia sociale che ci sta divorando, vedrete che sempre i proprietari dell’informazione scelgono un punto di vista che, al netto delle polemiche, interviste, voci discordanti ecc., non tocca il cuore del problema. Viviamo in una bolla di inutilità discusse con seriosità, di arene mediatiche con quattro figuranti, sempre gli stessi, di editorialisti che spaccano il capello senza mai elaborare mezzo concetto che somigli a un’idea, a un pensiero creativo. E l’effetto è questo assurdo movimento ondulatorio mediatico contro questo o contro quello, santificando l’uomo solo al comando o la glaciale capacità di piacere ai mercati. Mentre fuori il mondo precipita in un presente opaco, senza radici e senza capacità di azione. In balia del niente sotto vuoto spinto. 

I manganelli sono sempre lì pronti, lo sappiamo. Ma la svolta autoritaria serve a poco quando prevale l’assuefazione di massa, quando i destini degli uomini e delle donne procedono nell’indifferenza, dimenticando le parole della libertà, del cuore e del coraggio.

C’è una frase significativa tratta dal libro di Werk McKenzie, Il capitale è morto – Il peggio deve ancora venire, che mostra gli effetti sui cittadini di questa svolta che rincoglionisce le menti.

“Se volessimo tornare negli anni Settanta per spiegare agli scienziati del clima che all’inizio del XXI secolo è stato dimostrato che il cambiamento climatico causato dalla produzione industriale provoca l’aumento delle temperature medie globali, probabilmente vorrebbero analizzare i modelli e i dati che avremmo portato con noi, ma non ne sarebbero per niente sorpresi. Ci chiederebbero, però, come stanno reagendo le persone del nostro tempo. E noi vorremmo che non ce lo avessero chiesto”.

Più chiaro di così. Ecco il dramma: questo stato dell’informazione crea mostri. E la colpa non è di chi si avvantaggia da una società del genere, che si basa su efferatezze e ingiustizie vestite a festa. La colpa è nostra, di chi non fa abbastanza per opporsi, culturalmente e politicamente. La colpa è aver gettato a mare, nella storia anche recente, la nostra voce. Aver rinunciato per un malinteso senso di modernità a tutto ciò che sollevava dubbi e riflessioni fuori dal coro, ad avere una rappresentanza sociale meno farlocca. Non tutti si sono arresi, non tutti quelli che operano nella politica e nell’informazione hanno responsabilità, è ovvio. In tanti resistono, lontano dai posti che contano, vedendosi scavalcare da mediocri obbedienti, da mezze seghe con chiappe aduse ai salotti giusti. 

Finale a sorpresa, per non arrendersi. Fuori fischia il vento, dicono che si tratti dell’ultimo colpo di coda dell’inverno. La primavera è alla porta. 

Articoli recenti:

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: