Uno sciopero imbavagliato dai telegiornali

Vincenzo Vita sul Manifesto, 10 dicembre 2021

Televisione. Non si ricorda a memoria una simile soggezione, con poche eccezioni, dei media nei riguardi del potere esecutivo. Come se, rispetto alle scelte di palazzo Chigi, si possa essere solo osservatori estasiati

Bene ha fatto Norma Rangeri a sottolineare nell’editoriale di mercoledì scorso il valore dello sciopero generale promosso da Cgil e Uil (Cisl non pervenuta). Si tratta, infatti, della prima vera rottura dell’involucro omologante che avvolge il governo presieduto da Mario Draghi. Opposizione di maniera di Fratelli d’Italia a parte.

Non si ricorda a memoria una simile soggezione, con poche eccezioni, dei media nei riguardi del potere esecutivo. Come se, rispetto alle scelte di palazzo Chigi, si possa essere solo osservatori estasiati: come di un film di Stanley Kubrick o di Luchino Visconti, per dire. Tuttavia, il troppo è proprio troppo. La giornata televisiva dell’8 dicembre, quella utile per riprendere e commentare la notizia, è da condannare al girone dell’inferno dove è punita la cattiva comunicazione.

Un segno sgradevole di un tempo altrettanto sgradevole

Intanto, complici le principali testate della carta stampata, proclamare uno sciopero pare un atto sovversivo o, quanto meno, eccentrico. Un sacrosanto diritto viene relegato a faccenda di estremisti o disturbatori.  Il coro di giudizi politici, a partire da chi si accompagna con simpatie agli schiamazzi dei No Vax, è segnato da espressioni di preoccupazione o di irata contrarietà. Un segno sgradevole di un tempo altrettanto sgradevole.

Tuttavia, se si prendono in esame le edizioni dei telegiornali, emergono due dati incontrovertibili: il debole o persino nullo riferimento allo sciopero nelle edizioni meridiane, con un modesto recupero nelle versioni serali. Si salva un pò Rainews, che ha dedicato alla vicenda uno spazio discreto. Si staglia il Tg2, ma per la collocazione della testata all’opposizione del governo e – dunque- per la non innocente sensibilità a ciò che va contro l’esecutivo. E lì tutte le vacche sono nere. Che si parli di vaccini o di potere d’acquisto o delle tasse o delle pensioni. Infatti, proprio il Tg2 sembra un’eccezione nella striscia dell’ora di pranzo, dove – invece – brillano negativamente il Tg1 e in grande misura il Tg3. Ben poco il resto del mondo, se si esclude una certa cura del Tg5.

Qualcosa si muove ad ora di cena

Qualcosa si muove ad ora di cena, con un parziale risveglio dopo un lungo sonno nella festa comandata. Il Tg1 non inserisce la questione nei titoli e ne parla solo dopo 10 minuti dall’inizio. Il Tg2 ne fa, invece, il secondo titolo. Naturalmente, con interviste a Boccia del Partito democratico, a Cecilia Guerra di Articolo1, a Raffaella Paita di Italia Viva. Sul piedistallo si erge, però, Matteo Salvini, che ha modo di criticare a volontà lo sciopero. Il Tg3 non ha niente nei titoli.

Per i motivi politici accennati, i canali privati sono meglio agguerriti. Il Tg4 titola, il Tg5 pure (nell’edizione della notte ha l’apertura), così come La7. Tace Studio Aperto, ma di poco ormai si occupa. Come si vede, un argomento di prima grandezza, che tocca vite e corpi in carne e ossa e rappresenta un inizio di conflitto sociale portato al livello nazionale, oltre le lotte esemplari in corso, è relegato nelle varie. Ovviamente, se l’apertura andava dedicata alla scarcerazione di Patrick Zaki, la scelta coraggiosa delle organizzazioni sindacali meritava un’attenzione diversa.

Benché la RAI abbia un contratto di servizio, gli argomenti di valore sociale vengono dopo, mai prima

Non è un caso, purtroppo. Se si leggono le tabelle fornite dall’autorità per le garanzie nelle comunicazioni, si capisce quanto gli argomenti di valore sociale vengono dopo, mai prima. Le culture mediali prevalenti amano il populismo, non ciò che è popolare. La Rai è regolata da un contratto di servizio e a tale testo (a cominciare dall’articolo 2 sui principi) l’azienda dovrebbe attenersi. Ci si può augurare che la commissione parlamentare di vigilanza, troppo spesso attenta a storie minori, voglia ribadire con uno specifico indirizzo il senso profondo della Rai e quanto giustifica il canone di abbonamento che riceve.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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