Una manovra senza alibi

Renzi BerlusconiCon molta semplicità, Rocco Olita spiega come e perché, sostituendo in nome di un improbabile cambiamento vecchie logiche della destra ai valori tradizionali della sinistra, Matteo Renzi sta giocando la carta del trasformismo che da Giolitti a Mussolini a Craxi ha sempre ottenuto un certo successo in Italia (e non solo), soprattutto in tempi di crisi. Guadagnare alla sinistra il consenso della destra non è mai stato difficile. Basta spruzzare sul liberismo un po’ di simpatica demagogia, analfabetismo funzionale (vedi l’articolo precedente)  permettendo (nandocan).  

Non è tanto una valutazione sulle singole misure che può dare la connotazione politica alla manovra finanziaria del Governo, su cui è anche un po’ troppo presto per dare sentenze definitive e totali. Ma un dato, più di tutti gli altri, permette già di coglierne la direzione. Quando Renzi, in un certo senso, ha anticipato i contenuti del testo agli imprenditori, ha detto loro: “adesso, non avete più alibi”. Ecco, questa è una sintesi perfetta dell’obiettivo politico delle azioni che Governo e maggioranza stando mettendo in campo: dare agli animal spirits dell’economia la possibilità di liberarsi e agire per la crescita.

Con uno Stato che pesi pochissimo e che regoli il meno possibile, si pensa di favorire la libera azione degli imprenditori che, non avendo più le pastoie di contratti troppo stringenti su questioni di lavoro e disponendo di più soldi per effetto della riduzione delle tasse, dovrebbero riprendere a investire e, di conseguenza, portare benessere e ricchezza. Certo, non è una novità nel discorso renziano l’enunciazione di princìpi simili. Dalla criminalizzazione della burocrazia alla lotta contro le strutture di mediazione, passando per l’invocazione di maggiore velocità e fino alla volontà di saltare e far saltare i corpi intermedi per ridurre anche le strutture dell’organizzazione pubblica, Renzi si pone in continuità con una lunga tradizione che ha sempre spiegato come solamente dalla libertà di chi fa impresa possa derivare lo sviluppo economico.

Un modo che, sebbene viene venduto come punto apicale dell’innovazione, in realtà è abbastanza antico: si chiama liberismo, ed era ed è un modello diverso, e concorrente, rispetto a quello che la sinistra, da sempre e ancora, proclama quale proprio. Anche perché, tutta questa lotta contro le forme organizzate del vivere comune, si potrebbe sintetizzare in una frase già ascoltata: “lo Stato non è la soluzione dei problemi, lo Stato è il problema”. Quindi, noi politici ve lo riduciamo al massimo, così voi imprenditori potete fare, senza alibi, ciò che volete.

Per carità, è una strada. Ma era la strada di Reagan, per citare l’autore della frase di prima, non quella della sinistra. Si può decidere di intraprenderla o meno, così come, chi diceva che voleva seguirne un’altra, ora può cambiare legittimamente opinione. Anche in questo caso, però, senz’alibi: si sceglie questa strada, perché si è deciso di lasciare quella che, quando si chiedevano i voti, si diceva di voler seguire.
Un solo dubbio: se, a un certo punto del cammino, ci si sposta dalle posizioni che si era detto di puntare a raggiungere e ci si appresta a perseguirne altre, a dissidere, a “sedere separatamente”, sono quelli che rimangono sulle prime o chi si accomoda sulle seconde?

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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