Una lettera ai deputati con l’appello dei costituzionalisti sulla legge elettorale.

elezioni5Come già avvenuto con il “porcellum”, le pregiudiziali di incostituzionalità della riforma elettorale sono state respinte a maggioranza dalla Camera per motivi politici, tuttavia questa volta molti eminenti costituzionalisti considerano fondata l’ipotesi che il progetto attuale mantenga quell'”alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica” che aveva indotto la Consulta a dichiararne l’incompatibilità con la Costituzione in vigore. Con questa lettera inviata a ciascun deputato dall’Associazione per la democrazia costituzionale, ogni parlamentare è messo di fronte alle sue responsabilità (nandocan).

di Domenico Gallo*, 1 febbraio 2014 – Gentile Onorevole, le trasmetto l’ appello di autorevoli costituzionalisti e giuristi, già reso noto dalla stampa con un elenco delle adesioni che si sono aggiunte ai primi firmatari.  L’appello mette in luce i gravi sospetti di incostituzionalità che gravano sul progetto di riforma elettorale in discussione in questo momento alla Camera, evidenziando che il meccanismo elettorale escogitato, attraverso i meccanismi del premio di maggioranza, delle soglie di sbarramento e del voto bloccato, rende possibile una grave distorsione della volontà espressa dal corpo elettorale  fino al punto da causare quella che la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 1/2014 ha definito “un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica sulla quale si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente”.

Ciò comporta una grave violazione dei principi  che attengono all’esercizio del diritto/dovere di voto da parte dei cittadini, che la Costituzione vuole “uguale” e “libero”, attraverso il quale trova la sua principale esplicazione il principio cardine del nostro ordinamento democratico, cioè che la sovranità appartiene al popolo (art. 1 Cost.).

Inoltre il sistema delle liste bloccate pregiudica quel principio di antica civiltà giuridica che esclude il vincolo di mandato (art. 67 Cost.) riproponendo di nuovo un Parlamento composto unicamente di nominati dalla segreterie dei partiti. In definitiva il sistema delineato dalla riforma presenta gli stessi inconvenienti costituzionali e politici del vecchio porcellum e contrasta con la Costituzione e con una specifica pronuncia della Corte Costituzionale.

Poichè le censure di incostituzionalità sono state respinte dai principali attori politici con il richiamo ad argomenti di opportunità politica, enfatizzando l’obiettivo della governabilità, c’è un’ulteriore osservazione che dimostra che il sistema elettorale prefigurato fallisce anche gli obiettivi che i suoi proponenti si sono proposti: non c’è nessuna garanzia che i meccanismi che assicurano la “governabilita” operino nello stesso senso nelle due Camere. Infatti, finchè c’è il Senato, che ha un elettorato diverso per età da quello della Camera, si possono avere due risultati difformi nei due rami del Parlamento: o che il premio di maggioranza nella Camera dei deputati vada a una coalizione diversa ed opposta rispetto a quella del Senato, o addirittura che il premio scatti al primo turno per una Camera e solo col ballottaggio per l’altra, in modo tale che il voto al secondo turno diventerebbe una specie di rivincita nei riguardi di chi ha conquistato il premio nel primo.

In tale ipotesi, che non è affatto irrealistica alla luce dello scarto minimo che si è manifestato in passato fra i due principali competitori politici, non solo l’ingovernabilità sarebbe massima, ma anche il caos, con due coalizioni supermaggioritarie in conflitto dall’uno all’altro ramo del Parlamento.  Quindi la nuova legge elettorale, oltre ad essere palesemente incostituzionale, quali che siano le intenzioni dei suoi promotori, diventerebbe la via, attraverso la quale, con nuove elezioni, la Repubblica verrebbe gettata definitivamente nel caos.

* Per l’Associazione per la Democrazia Costituzionale

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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