Una guerra nucleare non avrebbe nessun vincitore, riconoscono le 5 superpotenze atomiche

da Remocontro, 19 gennaio 2022

Una dichiarazione a sorpresa delle cinque grandi potenze con arsenali atomici spezzano il clima di guerra fredda che segna i rapporti di Stati Uniti e alleati occidentali con Cina e Russia. Washington, Parigi, Londra, Mosca e Pechino, ad «evitare una guerra tra Paesi con armi nucleari e la riduzione di rischi strategici». Peccato che restano fuori da ogni accordo o semplice buon proposito, potenze nucleari più ‘instabili’ o sotto presunta minaccia militare: dalla Corea del Nord, all’India, il Pakistan, e Israele.

Solo le ‘grandi potenze’ ma altre minacce restano

La presa di posizione all’inizio del nuovo anno a «Scongiurare almeno lo spettro di un conflitto finale, di nuove sfrenate corse al riarmo e apocalissi atomiche», scrive da New York Marco Valsania sul Sole24ore. Peccato che tra i firmatari di tanto appello, – Washington, Parigi, Londra, Mosca e Pechino-, manchino gli altri quattro Stati nucleari coinvolti in forti tensioni con un potenziale uso delle forza militare assoluta.

Non proliferazione ma solo un po’

Comunque sia, le cinque maggiori potenze con armi atomiche, si schierano per la non proliferazione. Anche a favore della riduzione dei costi, con guerra Covid in corso e costi economici oltre che umani esorbitanti per tutti. Ovviamente, ognuno di loro, diffidando degli altri ‘non alleati’. Washington è allarmata da quella che considera l’aggressività militare della Cina verso Taiwan e nel Pacifico. E Stati Uniti e Nato al centro di unteso confronto con la Russia sulla crisi in Ucraina.

Washington Mosca

Con Washington e Mosca che controllano i maggiori arsenali atomici, l’amministrazione democratica di Biden è sotto pressione per inediti passi verso il disarmo. Il recente appello firmato da quasi 700 scienziati, compresi 21 premi Nobel, che invoca anche azioni unilaterali. La riduzione di un terzo delle armi atomiche americane e a impegnarsi formalmente a non usarle per prima in caso di conflitto. Ma su questa parte neppure la Casa Bianca può credibilmente garantire.

Comando e controllo

L’appello chiede anche che l’autorità a fare ricorso all’uso di bombe atomiche non sia unicamente del presidente quale comandante in capo, introducendo meccanismi di “salvaguardia” contro possibili futuri leader che si rivelino irresponsabili. «Il dibattito sul potere di simili decisioni si era intensificato durante la presidenza di Donald Trump», sottolinea utilmente Valsania.

Noi richiamiamo il nostro pezzo di ieri, “Politica americana incrinata, Trump e dittatura di destra allarme dal Canada.

Dobbiamo davvero crederci?

In una fase di forte tensione tra Occidente e Russia e tra Stati Uniti e Cina, il documento è atto molto significativo, ma ‘tra il dire e il fare…’’. Tutte e cinque le nazioni firmatarie sono impegnate nello sviluppo di missili ipersonici in grado di bucare le difese avversarie, riducendo il tempo di reazione militare e di misure contenitive dei danni. «Le forze armate americane hanno fallito di recente anche il terzo test dei missili ipersonici Agm-183a. Forse anche per questo Washington, Londra e Parigi sono state liete di sottoscrivere la dichiarazione fortemente voluta da Mosca alla vigilia dei tre vertici sulla parità strategica: Usa-Russia (10 gennaio), Nato-Russia (12 gennaio), Osce-Russia (13 gennaio)», segnala Mirko Mussetti su InsideOver.

Ma se la Nato spinge a Est, atomiche in Bielorussia

Mosca alla ricerca di un reale equilibrio strategico. A febbraio in Bielorussia, referendum di riforma costituzionale compresa la rinuncia allo status di paese denuclearizzato. Questo permetterebbe al Cremlino di dispiegare in Bielorussia, a ridosso dei confini della Nato, proprio quei missili sia tattici sia strategici che, stando alla dichiarazione, si vorrebbero smantellati in un futuro ideale. Segnale ben preciso ad alcune spinte Nato e Usa verso Est, ora anche in Finlandia oltre l’Ucraina.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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