Una breve storia dell’uguaglianza

Nel 2021 le diseguaglianze nel mondo sono come quelle che c’erano all’inizio del secolo scorso, nel momento di punta dell’imperialismo. Ed è molto probabile che con la crisi del Covid si aggraveranno ancora nel 2022. L’inversione di tendenza rispetto alla loro progressiva riduzione, ottenuta nel secolo scorso dalle lotte sociali delle classi lavoratrici, può essere fatta risalire agli anni ’80 -’90. A quando cioè si è imposta una libera circolazione dei capitali che non ha avuto alcuna contropartita in termini di tassazione comune, di regole e di trasparenza. 

A constatarlo, prima ancora che ad affermarlo, è l’economista francese Thomas Piketty*, che insieme ai colleghi Lucas Chancel, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman dirige il Word Inequality Lab e ha coordinato la redazione del Word Inequality Report 2022. 

Nel suo ultimo libro, Una breve storia dell’uguaglianza” (Seuil, 2021), del quale mi propongo di pubblicare a partire da oggi i brani che ritengo più significativi a scopo divulgativo, Piketty scrive tuttavia che “l’eguaglianza è una lotta che può essere vinta e nella quale ci sono sempre varie traiettorie possibili, che dipendono dalla mobilitazione, dalle lotte e da ciò che si apprende dalle lotte precedenti”.

Thomas Piketty

da “Una breve storia dell’uguaglianza” di Thomas Piketty*

1. La marcia verso l’uguaglianza: primi punti di riferimento

  • La speranza di vita alla nascita del mondo è passata dalla media di 26 anni circa, nel 1820, a 72 anni nel 2020.
  • Due secoli fa, solo una piccola minoranza della popolazione poteva sperare di vivere fino a 50 o 60 anni; un privilegio che oggi è diventato la norma.
  • Le informazioni raccolte in numerose indagini e censimenti permettono di stimare che, all’alba del XIX secolo, appena il 10% della popolazione mondiale con un’età superiore ai 15 anni era alfabetizzato, contro l’85% di oggi.
  • Nel 1820, accedeva alla scuola primaria meno del 10% della popolazione mondiale; nel 2020, più della metà delle giovani generazioni dei paesi ricchi accede all’università
  • Questo grande balzo in avanti, tuttavia, non ha fatto che spostare in avanti le disuguaglianze. Le disparità di accesso all’istruzione e alla salute di base continuano a restare fortissime tra il Nord e il Sud del mondo e, un po’ ovunque, restano comunque considerevoli ai livelli più avanzati del sistema della salute o dell’istruzione, per esempio nell’insegnamento universitario.
  • È possibile notare, fin d’ora, come i progressi essenziali realizzati in termini di aspettativa di vita e di alfabetizzazione abbiano avuto luogo nel XX secolo, periodo di grande espansione dello Stato sociale e dell’imposta progressiva, conquistati dopo accese battaglie politiche.
  • Il progresso umano non è mai stato una “evoluzione naturale”: si è sempre inscritto all’interno di processi storici e lotte sociali specifiche.

Nessuno sviluppo durevole senza riduzione delle disuguaglianze

  • Se non siamo in grado di valutare i redditi delle persone, la loro ripartizione diseguale, la loro evoluzione nel tempo, diventa difficile considerare come si potrebbero sviluppare norme di giustizia tali che tolgano ai ceti più ricchi e ripensino l’organizzazione del sistema economico mondiale in un modo accettabile per i ceti più modesti.
  • Senza un’azione risoluta diretta a ridurre drasticamente le disuguaglianze socio economiche, non esiste soluzione alla crisi ambientale e climatica.
  • Per loro stessa natura, gli indicatori che cercano di riassumere una realtà multidimensionale con un indice unidimensionale, lo fanno pagando il prezzo di una certa opacità. A me pare preferibile, come regola generale, ricorrere a più indicatori, in grado di misurare in maniera esplicita e trasparente le emissioni di CO2 e la loro ripartizione, le disuguaglianze dei redditi, la salute e l’istruzione, e via di seguito.

* Thomas Piketty, professore dell’École des Haute Études en Sciences Sociale e dell’École d’Économie de Paris, è autore di numerosi studi storici e teorici che gli hanno fatto meritare nel 2013 il premio Yrjö Jahnsson, assegnato dalla European Economic Association. Il suo libro “Il capitale nel XXI secolo (2014) è stato tradotto in 40 lingue e ha venduto 2,5 milioni di copie.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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