Un vero italiano (a suo modo)

***di Gilberto Squizzato, 14 gennaio 2022

Osservate la foto del 1994 in calce a questo post. Lui è ancora qui, e vuol diventare Presidente della Repubblica: degli altri due quasi neppure ci ricordiamo. Sono trascorsi 27 anni da quando l’allora Cavaliere (titolo poi perduto a causa delle condanna comminatagli dal tribunale), perfetto Principe emulo di quelli del Tre e Quattrocento, fece bene i suoi calcoli e decise che pur di diventare padrone d’Italia valeva la pena di “sdoganare” i leghisti secessionisti di Bossi e i post (neo?) fascisti di Fini, erede di Almirante.

Ma lui è ancora lì. Ce la farà?

È allora che è cominciata la deriva della nostra Repubblica, o meglio quella mutazione genetica del nostro sistema politico che, dopo le vergogne di Tangentopoli e il disfacimento dei partiti creatori della Costituzione democratica, ancora ci consegna in balia delle scorrerie populiste, sovraniste e fasciste. Nessuno ci avrebbe giurato, ma lui è ancora lì e si pretende al baricentro dei nostri incerti, terremotati equilibri politici in Parlamento. E puó farlo perché i voti della sua creatura Forza Italia sono determinanti per il governo e la formazione della maggioranza presidenziale.

Ce la farà? Non è impossibile, ma anche se così non fosse non si farà un Presidente senza il suo benestare. E allora val la pena di chiederci perché non sono bastati i processi, le condanne, gli indizi di collusione con le mafie, le vergogne delle cene eleganti, l’ostentazione smodata della ricchezza, lo smascheramento delle sue trame corruttive, a toglierlo di mezzo. Più d’uno ha spiegato il suo perdurante protagonismo con uno dei caratteri (dei vizi) nazionali da lui incarnato fino al parossimo: la mancanza di pudore e la pretesa di impadronirsi di ció che non gli appartiene.

La spregiudicatezza più spudorata

Abbiamo dimenticato che fin dall’ inizio usurpó perfino il sentimento patriottico degli italiani chiamando il suo partito Forza Italia e agli atleti delle nostre rappresentative nazionali il titolo di “azzurri” per investire solo i suoi sostenitori? Questa incapacità di provare vergogna e questa propensione a una prepotenza padronale ne farebbe dunque il prototipo dell’italiano indifferente al giudizio morale e civile altrui perchè tutto orientato a perseguire in modo spregiudicato i propri fini: arricchimento, potere, godimento.

A fonte del “moralismo” di sinistra dominante anche nella borghesia laica italiana Berlusconi avrebbe dunque definitivamente “sdoganato”, anzi addirittura ostentato e reclamizzato, esercitandola pubblicamente, la spregiudicatezza più spudorata, nella certezza di potersi proporre come modello vincente alle larghe masse indottrinate dalle sue tv.

La benedizione del Cardinale Ruini 30 anni fa

Ma tutto questo non sarebbe nulla se potessimo trascurare un fatto ancor più decisivo: la sua altrettanto disinvolta e spudorata consacrazione come leader dell alleanza forzista/leghista/post-fascista ( incaricata da gran parte degli elettori cattolici di governare l’Italia) da parte del cardinale Ruini presidente della CEI, con l assenso dunque della maggioranza dei vescovi italiani, del Vaticano, delle parrocchie. In cambio di che? Degli eterni sgravi/esenzioni fiscali dell ICI sull’immenso patrimonio immobiliare cattolico, dell’ora di religione cattolica e dell 8 X 1000.

Sembra trascorso un tempo infinito da quella foto e dall’endorsment di Ruini all’ex Cavaliere, ma siamo ancora qui, con Berlusconi che vuole incoronare se stesso, orgogliosamente fiero della propria storia impudica e spregiudicata. E se proprio non potrà, vuol essere peró il King-maker, al quale il nuovo Presidente, nei suoi intendimenti, dovrà dir grazie e render conto delle proprie decisioni. Perché B. puó farlo e pretendere? Perché fino all’ultimo vuole che Lega e post-fascisti gli ripaghino la cambiale del loro sdoganamento e che i cattolici conservatori gli tributino il servile omaggio della propria interessata devozione.

Non scrivo per esecrare Berlusconi

Se no, perfetto prepotente abituato a comprarsi tutto (adesso anche decine di voti parlamentari “in libertà”) – sul modello del Principe di Machiavelli – non esiterà a vendicarsi (quasi ormai sul letto di morte, nonostante i 120 anni che gli aveva garantito il suo medico personale, defunto ormai da un decennio). Il novello Principe si é fatto costruire da tempo il proprio mausoleo nel giardino di casa e qui trascinerà gli alleati se lo tradiranno nelle urne quirinalizie, mandando alla malora con il Polo delle Libertà anche i sogni leaderistici di Salvini e Meloni.

Non scrivo questo per esecrare Berlusconi, che è quello che è e che incarna i vizi atavici dell’italiano furbo e senza vergogna. Lo scrivo perché il problema sono il suo pubblico televisivo e gli elettori (decisivi nel nostro sistema) che ancora si riconoscono in lui come principe del centro destra, e che sono in larga misura cattolici.

L’ irrisolta “questione cattolica italiana”

Non è bastato papa Francesco a smuovere e convertire la gran massa di quel che resta del popolo cattolico (il 25% degli italiani dicono le stime più accurate) . L’ombra di Ruini è così lunga da giungere ancora a noi da cosi lontano nel tempo per continuare a “sdoganare a destra” i voti cattolici.

Le indagini demoscopiche rivelano che metà di coloro che votano Salvini è costituita dai fedeli che vanno a messa alla domenica, che gran parte dei sostenitori della Giorgia “madre e cattolica” sono tradizionalisti ostili a migranti e stranieri, che Forza Italia ancora gestisce una quota residuale dell’elettorato ex democristiano. E il centro destra in Italia, grazie a questa composita ma decisiva minoranza cattolica, è maggioranza nel paese ancora oggi, come si vedrà anche nelle imminenti elezioni politiche (giugno? ottobre?). Insomma Berlusconi, con la benedizione di Ruini di trent’anni fa, ci ricorda che il nostro paese è ancora alle prese con l’ irrisolta “questione cattolica italiana”. Salvini ha già pronta una nuova riserva collezione di rosari per le prossime elezioni e la Meloni tornerà presto a gridare “Dio patria e famiglia”.

La CEI parli ai parlamentari cattolici

La Conferenza Episcopale Italiana è sempre stata pronta a esternare il proprio monito quando il Parlamento italiano è stato chiamato a legiferare su questioni ritenute eticamente decisive perché implicanti valori “non legoziabili”. E adesso che il Parlamento sta per eleggere il vertice dello stato democratico che cosa farà? I requisiti irrinunciabili di un Presidente (onestà integerrima, comportamento pubblico e privato irreprensibile ed esemplare, disinteresse per il proprio interesse privato in favore di quello di tutti, capacità di essere autenticamente super partes e spezzo di ogni favoritismo – compreso quello per la nipotina di Mubarak – sono forse per la CEI valori negoziabili?

PS. Il Vaticano è uno stato straniero e conviene che la Santa Sede taccia: ma la CEI è costituita da vescovi italiani che hanno il diritto anzi il dovere di parlare, almeno ai parlamentari cattolici o presunti tali. .

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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