Un programma fallimentare che sottrae risorse al paese. Tutti i numeri sugli F35

F 35 campagna37526. ROMA-ADISTA*. Ritardi, inaffidabilità, costi alle stelle, scarsa trasparenza. Il maxi programma d’armamento Joint Strike Fighter (Jsf), che comporta l’acquisto di 90 cacciabombardieri di quinta generazione F35 prodotti dalla multinazionale armiera Lokheed Martin, è tutto sbagliato e, a livello istituzionale, si decide di insabbiare il fallimento, proseguendo comunque nell’insostenibile spesa, abbassando la trasparenza delle informazioni e raccontando anche qualche bella bugia. Prosegue l’«opera informativa e di trasparenza» avviata, già dal 2009, dalla Campagna “Taglia le ali alle armi”, per svelare quell’«opacità che ha fin dall’inizio contraddistinto le informazioni ufficiali» e per rinnovare le «richieste parlamentari di cancellazione della nostra partecipazione» al Jsf (www.disarmo.org/nof35).

Lo scorso 17 febbraio, presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso Issoco, nel cuore di Roma, è stato presentato il secondo rapporto della Campagna, dal titolo: “Caccia F35. La verità oltre l’opacità”. Si dichiara nel comunicato stampa successivo al lancio che, «in presenza di opacità e carenze informative, è ancora una volta il lavoro delle reti della Pace e del Disarmo a mettere a disposizione di politica ed opinione pubblica uno sguardo realistico sul programma militare più costoso della storia». E sì, perché ad attendere che la politica (magari il Ministero della Difesa) si attivi per rendere trasparenti le ragioni, le regole e i numeri del Jsf, verrebbe da dire, ci si potrebbe far vecchi.

Al centro della denuncia del dossier, infatti, proprio l’omertà politica e mediatica che soggiace a tutto il processo di adesione e di procrastinazione del piano d’armamento. Ma una volta squarciato il velo, è poi facile intuire cosa realmente c’è dietro un programma, considerato ormai anche dall’opinione pubblica sensibilizzata dalle mobilitazioni della società civile e dalla base cristiana, fallimentare sotto ogni punto di vista: economico prima di tutto, ma anche strategico, tecnologico e politico. Tanto che, si legge ancora nel comunicato, il Jsf «non è “solo” una questione che riguarda i pacifisti: sono in gioco il modello di Difesa del nostro Paese e le sue politiche di spesa militare, ma più in generale l’impostazione strategica che guida le scelte economico-finanziarie del governo e l’impiego delle risorse pubbliche in una fase di crisi economica e sociale drammatica che sta colpendo gran parte dei cittadini italiani». L’acquisto e lo sviluppo dei velivoli, infatti, costeranno all’Italia ben 14 miliardi di euro (oltre 52 per l’intera gestione del programma): una manovra, spiega il comunicato, che «sottrae le risorse necessarie per affrontare le vere priorità del Paese, quelle con le quali i giovani, gli studenti, i disoccupati, i lavoratori in cassa integrazione, gli abitanti di territori abbandonati all’incuria si confrontano ogni giorno».

Ecco così chiarito lo slogan «le armi non uccidono solo quando sparano», con cui il coordinatore della Rete Disarmo, Francesco Vignarca, ha aperto la conferenza stampa. Vignarca ha citato le cifre presentate dettagliatamente dal rapporto e ha concluso che si tratta di «un programma fuori controllo»: i costi lievitano ben oltre ogni previsione della Difesa; dei 10mila posti di lavoro promessi dalla Difesa un anno fa si è calati ad un’aspettativa di molto inferiore al migliaio; rispetto ad un investimento pubblico già effettuato di 3,4 miliardi di euro (fasi di sviluppo e primi acquisti), si prevede un ritorno industriale sulle aziende italiane di appena il 19%. Infine, dato non irrilevante, il livello di affidabilità tecnica: dati alla mano, Vignarca ha dichiarato che, di 90 velivoli acquistati, solo 30 sarebbero effettivamente impiegabili in azioni militari reali.

Intanto, il Canada è uscito dal programma e l’Olanda ha confermato solo 37 dei 85 aerei. E l’Italia? Il rapporto denuncia che la questione è stata sottratta al dibattito pubblico e che la Difesa ha più volte tenuto all’oscuro e ignorato il Parlamento. Fino al paradosso: per ottenere informazioni sui contratti italiani, di fronte al muro di silenzio dalla nostra Difesa, la Campagna ha dovuto fare riferimento alle informazioni rese pubbliche dal Dipartimento Usa della Difesa.

Durante la mattinata è intervenuta anche Grazia Naletto, portavoce di “Sbilanciamoci!”, la quale ha presentato le possibili alternative d’impiego dei fondi per gli F35. Solo nel periodo compreso tra il 2011 e il 2013, quando cioè la crisi era ai suoi massimi livelli, l’Italia ha stanziato 735 milioni di euro per il Jsf: nello stesso lasso di tempo, le politiche dell’austerità erodevano drasticamente il Fondo nazionale per le Politiche sociali, il Fondo per la non autosufficienza e il Fondo per la Famiglia; imponevano inoltre il blocco degli stipendi pubblici e l’aumento dell’Iva fino al 22%.

Il dossier lancia la sua proposta, con tanto di esempi. Con il costo di un solo F35, attualmente stimabile in 135 milioni di euro, si potrebbero avviare iniziative più digeribili, sostenibili e lungimiranti: ed esempio, retribuire 5.400 ricercatori per un anno; mettere in sicurezza 135 scuole; costruire 400 nuovi asili; comprare 21 treni per pendolari; accogliere “dignitosamente” 10.500 richiedenti asilo; in ultimo, consentire a 20.500 ragazzi di adempiere al “sacro dovere di difendere la patria”, sancito dalla Costituzione, in maniera disarmata e nonviolenta, attraverso l’istituto del Servizio Civile Nazionale, che negli anni ha però visto una progressiva erosione dei fondi a disposizione. (giampaolo petrucci)

*il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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