Un patto tra scuola, famiglie e territorio per cambiare l’istruzione in Italia

scuola_banchiVuotidagli appunti di Franco Gentile, 5 settembre 2013 – Nel nostro paese opera una scuola pubblica definita all’inizio del secolo scorso. Malgrado gli aggiustamenti realizzati nel corso del tempo – come la riforma del 1962 – la logica della realtà scolastica non si è evoluta in coerenza con l’evoluzione della società. Continua a mancare un patto tra scuola – università e famiglie.  Come ha illustrato il ministro Maria Chiara Carrozza, lo scorso 31 agosto, alla festa del PD di Firenze.

Per semplificare, si pensi agli insegnanti (selezione, precariato, costi), che dovranno gestire significativi cambiamenti : l’ utilizzo dei libri digitali, la capacità di fondere i saperi e riformare i programmi, etc., cambiamenti che incideranno  profondamente sul  modo di fare scuola. E a proposito di programmi è singolare che si sia pensato di mettere da parte la geografia  nel tempo della  globalizzazione.
Il peso dell’istruzione per le famiglie, poi, ha bisogno di attenzione: con l’impoverimento dovuto alla crisi  il costo dei libri, dei trasporti,etc. non può essere ignorato.

Un grave problema è rappresentato dall’abbandono scolastico . La media europea dei ragazzi che abbandonano  l’istruzione scolastica è pari al 13,5%. La media italiana è pari al 18,30%. La dispersione è più alta nelle zone periferiche, dove si ha criminalità organizzata e nelle zone con molta  immigrazione. Proprio quelle zone che avrebbero bisogno di  più scuola per aumentare, per esempio, il tempo della socializzazione. In generale, comunque, la dispersione è medio-alta come in Toscana. I ragazzi che non lavorano e non studiano sono un fallimento dello Stato. Bisogna capire e prendere atto delle ragioni di questa realtà.

Al di là delle caratteristiche dei diversi  territori, s’impone il fatto che  “il modo di fare scuola” è ancora troppo “disciplinare”. Sarebbe opportuno che i docenti operassero in funzione di un patto della scuola col territorio, allo scopo anche di realizzare gradualmente il superamento dei confini disciplinari. Operare in modo interdisciplinare è  necessario per rispondere alle esigenze dei ragazzi contemporanei, che accanto al superamento di cui sopra richiedono, come è naturale, una più adeguata professionalità dei docenti.

Per quanto riguarda le scuole e gli istituti professionali, è opportuno ridefinire l’orario scolastico in funzione di percorsi professionali che prevedano fasi di tirocinio lavorativo.
Per questa fascia di scuole – basata sulla dimensione del fare – sarebbe opportuno investire  sul tirocinio con norme precise, mettendo in conto i costi relativi. Gli Istituti professionali – dove  attualmente si verifica il più significativo  abbandono scolastico dalla nostra scuola- non possono, oltretutto, continuare ad avere classi di trenta e più alunni.

Infine l’edilizia scolastica. Il 49% delle scuole italiane non è in sicurezza. Il  bilancio prevede, per questo esercizio, lo stanziamento  di 450 milioni per l’edilizia, da impiegare attraverso le regioni. E’ un impegno che dovrà ottenere ulteriori stanziamenti nei prossimi  anni, ma è fondamentale anche per l’auspicato rilancio dell’edilizia.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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