Un paese in “normale” dissesto idrogeologico

20120222_franeMa è accettabile che, nonostante ciò che avviene sistematicamente ormai anche più volte l’anno in quasi tutte le regioni italiane, il risanamento del territorio e l’intervento sul dissesto idrogeologico non vengano considerate delle priorità dai governi che si succedono in Italia da cinquant’anni? Altro che grandi infrastrutture accompagnate da tagli alla spesa pubblica. E’ qui che bisognerebbe cominciare a investire risorse facendo ovviamente attenzione a non sprecarle in regali alla corruzione e alle mafie. Per ogni miliardo di euro destinato a finanziare la prevenzione ne spendiamo tre per riparare i danni provocati da frane e alluvioni.  Per cambiare l’Italia non sarebbe saggio sistemare anzitutto la terra che ci sta sotto i piedi? (nandocan)

***di Valter Vecellio, 9 settembre 2014* – La “bomba d’acqua”, come si usa chiamarla ora, su Pestici e il Gargano sarà anche arrivata all’improvviso; e all’improvviso avrà colpito, ucciso, devastato. Pure se non prevista, quella “bomba d’acqua”, tuttavia era prevedibile: il rischio idrogeologico è diventato realtà nelle Puglie, e prima ancora nelle Marche, ma anche in Sardegna, Calabria, Liguria e in tutta Italia, dove ormai anche un semplice acquazzone si trasforma in tragedia. Perché sono tante e tali le umane speculazioni e le devastazioni sul territorio che questo povero paese non ce la fa davvero più, è un avvilente colabrodo che frana da tutte le parti.

Qui il discorso va al di là dei casi specifici. Le tragedie che si susseguono a ritmo di un paio al mese sono ormai qualcosa di “ordinario”. Non potrebbe essere diversamente, se è vero che l’82 per cento dei comuni italiani è ad alto rischio idrogeologico, un dissesto esteso nel nostro Paese: 4.000 morti dal 1960 a oggi, prevenzione insufficiente, oltre 240 miliardi di danni. Tragedie “figlie” di cataclismi naturali, ma anche di negligenze, incuria e allarmi inascoltati.
L’82 per cento dei Comuni italiani, come abbiamo detto, è ad alto rischio. Secondo un recente rapporto del Corpo forestale dello Stato, sono oltre 6.600 i comuni in aree ad elevato rischio idrogeologico, corrispondenti al 10 per cento della superficie della penisola. Il che significa che 5,8 milioni di italiani vivono in una situazione di potenziale pericolo.

Per la Forestale negli ultimi anni c’è stato un aumento straordinario dei Comuni a rischio idrogeologico, soprattutto al Sud e specialmente tra quelli più piccoli. Tra le cause che condizionano e amplificano il “rischio meteo-idrogeologico ed idraulico” c’è anche “l’azione dell’uomo”, con abbandono e degrado, cementificazione, consumo di suolo, abusivismo, disboscamento e incendi. Ma “la causa principale è sicuramente la mancanza di una seria manutenzione ordinaria che è sempre più affidata ad interventi ‘urgenti’, spesso emergenziali, e non ad una organica politica di prevenzione”.
Nella classifica delle regioni a maggior rischio idrogeologico, con il 100 per cento dei comuni esposti, in cima troviamo la Calabria, il Molise, la Basilicata, l’Umbria, la Valle d’Aosta, oltre alla provincia di Trento. Poi Marche, Liguria al 99 per cento; Lazio, Toscana al 98 per cento; Abruzzo (96 per cento) Emilia-Romagna (95 per cento); Campania e Friuli Venezia Giulia al 92 per cento); Piemonte (87 per cento); Sardegna (81 per cento); Puglia (78 per cento);Sicilia (71 per cento); Lombardia (60 per cento);provincia di Bolzano (59 per cento); Veneto (56 per cento). Nel 2013, la popolazione che viveva nelle aree di rischio era più numerosa nel nord est (1.629.473 cittadini), seguito dal sud (1.623.947), dal nord ovest (1.276.961), dal centro (1.081.596),   e dalle isole (90.794).

Secondo un rapporto Ance-Cresme, una scuola su dieci è a potenziale rischio: 6.400 edifici scolastici, sui 64.800 totali presenti in Italia, sorge infatti in un’area a rischio frana o alluvione. Lo stesso discorso vale per gli ospedali: 550 strutture si trovano in una zona a rischio. Ma non siamo sicuri neanche nei luoghi di lavoro: sono 46.000 le industrie che si trovano in territori a rischio idrogeologico e se contiamo anche gli uffici, i negozi e le altre attività saliamo a 460.000. Secondo Legambiente, il costo complessivo dei danni provocati in Italia da terremoti, frane e alluvioni dal 1994 a oggi è di 242,5 miliardi di euro, circa 3,5 miliardi l’anno.

Inoltre Legambiente fa notare come in dieci anni in Italia sia raddoppiata l’area dei territori colpiti da alluvioni e frane, passando da una media di quattro a otto regioni all’anno. “Sono aumentate in modo esponenziale le concentrazioni di piogge” brevi e intense, le cosiddette “bombe d’acqua”. Eppure, “negli ultimi dieci anni abbiamo speso per la prevenzione due miliardi di euro”. Anche secondo i dati raccolti in #dissestoitalia, la prima grande inchiesta multimediale sul dissesto idrogeologico, frane e alluvioni in Italia continuano ad aumentare: da poco più di 100 eventi l’anno tra il 2002 e il 2006 siamo gradualmente arrivati ai 351 del 2013 e ai 110 solo nei primi venti giorni del 2014 (data dell’ultima rilevazione). Negli ultimi 12 anni hanno perso la vita 328 persone. Nel gennaio 2014 in soli 23 giorni si sono registrati 110 episodi in tutto il territorio italiano. In poco più di 100 anni ce ne sono stati 12.600.
Secondo la Coldiretti a causa delle frane e delle alluvioni, sono morte oltre 4.000 persone dal 1960 ad oggi. Fra il 1960 e il 2012, tutte le venti regioni italiane hanno subito eventi fatali. Si tratta di 541 inondazioni in 451 località di 388 comuni, che hanno causato 1.760 vittime (762 morti, 67 dispersi, 931 feriti), e 812 frane in 747 località di 536 Comuni con 5.368 vittime (3.413 morti compresi i 1.917 dell’evento del Vajont del 1963, 14 dispersi, 1.941 feriti).  Con i cambiamenti climatici, sottolinea sempre la Coldiretti, è sempre più urgente investire nella prevenzione. Eppure negli ultimi venti anni per ogni miliardo stanziato in prevenzione, spiega l’associazione, ne sono stati spesi oltre 2,5 per riparare i danni. Il ministero dell’Ambiente che ha quantificato, infatti, in circa 8,4 miliardi di euro i finanziamenti statali a politiche di prevenzione, mentre nello stesso periodo si sono spesi 22 miliardi di euro per riparare i danni causati da frane ed alluvioni.

Aldo Loris Rossi, uno dei più apprezzati urbanisti (si è formato alla scuola di Frank Lloyd Wright), da tempo avanza una proposta insieme rivoluzionaria e utopica: dice che bisogna rottamare quella che definisce la spazzatura edilizia post-bellica, senza qualità, priva di interesse storico e/o efficienza antisismica e anti disastro ambientale. Un qualcosa di ciclopico visto che riguarderebbe almeno 40mila vani costruiti tra il 1945 e il 1975.

Dice che lo Stato risparmierebbe addirittura, a ricostruire tutto secondo criteri improntati a sicurezza come quelli per esempio usati in Giappone, piuttosto che cercare di rimediare dopo ogni disastro e terremoto.

Parole di un utopista visionario? Chissà. Le cifre, nella loro aridità, fanno pensare. Prendiamo gli ultimi importanti disastri, quelli che hanno colpito la Sicilia, il Friuli, la Campania, l’Umbria, l’Abruzzo, la Liguria, l’Emilia, la Calabria, e facciamo l’economia del mille “micro-disastri quotidiani. I costi per la ricostruzione di un chilometro quadrato di area colpita oscillano tra 60 e 200 milioni di euro; il costo medio della ricostruzione di un singolo comune varia tra i 270 e i 1400 milioni di euro; il costo medio per abitante residente nell’area colpita oscilla tra 270mila e i 783mila euro. I costi dei  disastri ambientali tra il 1968 e il 2003 oscillano sui 146 miliardi di euro. E questo senza considerare i costi in termini di vite umane e il patrimonio culturale che viene distrutto.

Tra un gelato, una pedalata da Technogym, una visita demagogica in fabbrica e banalità ai vertici della NATO, ne vogliamo parlare, oppure ancora e solo gli 80 euro?

* da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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