Un nuovo Senato tra doppi incarichi e immunità

, 23 giugno 2014* – Torna la questione delle immunità parlamentari. Garanzie o privilegi – su questo le opinioni divergono – per cui deputati e senatori non sono perseguibili per i voti dati e le opinioni espresse nell’esercizio delle loro funzioni e – per quanto qui più interessa – non possono essere arrestati o comunque privati della libertà personale, perquisiti o intercettati, senza l’autorizzazione della Camera d’appartenenza. Con l’ultima versione della riforma costituzionale, che continua a modificare solo il Senato, mantenendo una pletorica Camera di seicentotrenta membri con la stessa esagerata indennità, le immunità rimangono (come ora) per tutti: deputati e senatori. Anche se questi ultimi non sarebbero più eletti dai cittadini, ma dai Consigli regionali (tra i loro componenti e tra i sindaci della Regione stessa).

La conseguenza sarebbe che un sindaco nei confronti del quale si procede per fatti commessi durante il suo mandato amministrativo (e purtroppo i casi – tristemente noti – non sono pochi) potrebbe usufruire, in quanto senatore, delle immunità di cui all’articolo 68 (commi 2 e 3), non potendo quindi essere arrestato, perquisito o intercettato senza autorizzazione del Senato. Non proprio un bel segnale contro la notoriamente  diffusa corruzione.

Ma, d’altra parte, bisogna pur dire che la eliminazione dell’immunità nei confronti dei soli senatori, e non dei deputati (come era nella precedente versione della riforma), lascerebbe squilibrato il sistema. Se (e sottolineo se) si considerano le immunità come necessarie garanzie della funzione parlamentare, queste non possono che essere previste sia per i membri della Camera che per quelli del Senato (anche se questi ultimi hanno funzioni ridotte). Se, invece, si ritiene che le immunità siano ormai anacronistici privilegi, allora devono essere eliminate per tutti. E forse varrebbe la pena valutare questa seconda opzione, come qualcuno propone anche in Parlamento.
Il fatto è che la scelta per il mantenimento dell’immunità – ad oggi maggioritaria (perché, a quanto risulta, appoggiata dal Governo e da una parte dell’opposizione) – determina nei fatti una sua estensione a causa del doppio incarico dei senatori (sempre sindaci o consiglieri regionali).

La questione centrale, quindi, è ancora quella del doppio incarico, che inevitabilmente porterà conflitti di interessi e altri problemi di sovrapposizione dei ruoli, tra cui, appunto, quelli appena ricordati sulle immunità. Per questo, fino ad ora, nel nostro come in altri Paesi, si è proceduto progressivamente verso una più chiara separazione delle cariche e delle funzioni. In Francia, ad esempio, una legge organica del febbraio 2014 rende incompatibile con le cariche di deputato o senatore tutta una serie di altri uffici, tra cui quelli di amministratore locale (ad esempio di sindaco, di sindaco di arrondissement, di vice-sindaco, di presidente e vice-presidente degli enti pubblici di cooperazione intercomunale, di presidente e vicepresidente del consiglio dipartimentale, regionale ecc.). In Italia, l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di consigliere regionale è sancita addirittura in Costituzione, mentre l’incompatibilità con la carica di sindaco (salvo di piccoli comuni) era stata stabilita da una legge del 2011, anche a seguito di una decisione della Corte costituzionale.

Con la riforma si torna indietro, con più doppi incarichi (e conflitti di interessi) e più immunità (o, per essere più precisi, una estensione delle stesse anche ai rappresentanti di istituzioni territoriali, quando anche senatori). Indubbiamente non una bella novità. I punti da correggere sembrano, insomma, ancora molti, ma la discussione, d’altronde, è appena iniziata (anche se forse non nel migliore dei modi).

* professore ordinario di diritto costituzionale nell’Università di Pisa (Giurisprudenza). Avvocato patrocinante di fronte alle giurisdizioni superiori (da articolo 21, il grassetto è di nandocan)

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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