Un bicameralismo differenziato per rafforzare il Parlamento

parlamento aulaRafforzare il Parlamento e non ridimensionarne il ruolo e i poteri, come avverrebbe certamente eliminando l’elezione popolare diretta del Senato con la  trasformazione in “camera delle autonomie” prospettata dal governo. Purtroppo la “profonda sintonia” tra Renzi e Berlusconi non sembrerebbe andare in questa direzione. Per mesi si è parlato con molta disinvoltura  di “abolizione del senato”, solo recentemente di “trasformazione”. Ma come scrive Andrea Pertici non sono ancora chiare le finalità. Mi auguro che la maggioranza ritenga giusto differenziare, decisamente sbagliato ridurre i poteri di garanzia e controllo nei confronti dell’esecutivo come suggerito dalle grandi banche multinazionali ( J.P.Morgan) . Giusto dimezzare il numero dei parlamentari, ridicolo se non fosse tragico invocare contro l’elezione diretta la spending review. Diamoci da fare perché non sfugga a nessuno  l’importanza decisiva per l’avvenire della  Repubblica di quanto verrà discusso e deliberato in Senato a partire dalle prossime ore (nandocan). 

di Andrea Pertici, 25 marzo 2014 – Sin dall’inizio della legislatura si è affermata la necessità di procedere alle riforme costituzionali (in discussione da quarant’anni) e – dopo la fase delle “larghe intese” di Governo, che miravano a rivedere l’intera seconda parte della Costituzione – soprattutto di modificare il bicameralismo. In proposito sono circolate molte ipotesi – anche nell’ambito della Commissione dei “saggi” – che oscillano tra varie configurazioni del Senato come Camera delle autonomie e altrettante come Camera delle garanzie. Purtroppo, alcune proposte più recenti – a partire da quella confezionata dal Governo alcuni giorni fa – non sembrano rispondere a nessuna di queste idee, non essendone chiare le finalità.

Infatti, una riforma normalmente risponde ad alcune precise esigenze di cambiamento le quali ne determinano i contenuti. Senza un serio esame delle necessità di cambiamento qualunque testo rischia di risultare pasticciato. Cominciamo quindi col chiederci quali siano le ragioni di una possibile riforma del bicameralismo.

In primo luogo vi è la necessità di una più efficace attuazione dell’indirizzo politico della maggioranza attraverso Governi stabili ed efficienti. A questa risponde l’idea di mantenere il legame fiduciario con la sola Camera dei deputati, come normalmente avviene nelle democrazie parlamentari europee, e affidare la normale attività legislativa – che dell’indirizzo politico rappresenta lo svolgimento – alla sola Camera dei deputati. Il Senato, come avviene in molte esperienze straniere, potrebbe comunque svolgere opportunamente il ruolo di una Camera di riflessione, con la possibilità di “richiamare” le proposte approvate dai deputati che manterrebbero comunque la parola definitiva, salve limitate ipotesi di leggi bicamerali (in considerazione del loro particolare rilievo).

La Camera alta, invece, dovrebbe recuperare nuovo spazio nell’esercizio di alcune funzioni di controllo come quella d’inchiesta o di parere e assenso sulle nomine del Governo, secondo quanto già positivamente sperimentato in altri ordinamenti. Un’ulteriore esigenza che risulta spesso richiamata sarebbe quella di realizzare, attraverso il Parlamento, un migliore coordinamento dei livelli territoriali, in particolare a livello legislativo. In questo senso, quindi, riteniamo che il Senato, consolidando il suo legame con i territori e le istituzioni regionali, potrebbe divenire una sede di coesione territoriale, partecipando, con potere decisionale, al procedimento legislativo nelle materie di legislazione concorrente (da ridurre e coordinare con il principio dell’unità giuridica ed economica della Repubblica) e in relazione alle leggi che incidono sulle autonomie territoriali.

Le caratteristiche della riforma e le conseguenti importanti funzioni attribuite o mantenute al Senato, e, in particolare, quella legislativa (nei termini precisati) fanno ritenere – come ha precisato anche Carlassare – che esso debba essere eletto (almeno in larga misura) a suffragio universale diretto (ferma restando la riduzione del numero dei senatori come di quello dei deputati). La elezione popolare è infatti certamente quella che meglio realizza il principio democratico rappresentativo e in proposito non può, in effetti, che guardarsi con preoccupazione ai diversi tentativi di limitare la possibilità per i cittadini di esprimere le loro scelte attraverso il voto (come sembra avvenire attraverso una legge elettorale ancora molto discutibile, il mantenimento di Province che nessuno più elegge e, appunto, secondo alcuni disegni, la previsione di un Senato in parte di secondo livello ed in altra parte addirittura di nomina presidenziale), proprio mentre sarebbe necessario recuperare una maggiore partecipazione.

Ci auguriamo, in sostanza, che il percorso delle riforme costituzionali che verrà probabilmente intrapreso cerchi di rispondere a esigenze reali e ben chiarite, ricordando che esse comunque devono mirare ad un rafforzamento del Parlamento, centrale nella nostra forma di governo, e non ad una diminuzione della sua autorevolezza con la trasformazione della seconda Camera in una Camera secondaria.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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