Turchia-Armenia, prove di dialogo a Mosca sotto la regia di Putin

Vittorio Da Rold su Remocontro, 14 gennaio 2022

Voli oltre le ferite aperte del passato. La tragedia del popolo armeno che ha segnato l’inizio del secolo scorso, più di un milione di vittime e le responsabilità della Turchia che stava formandosi dalle ceneri dell’impero ottomano. E se quella tragedia indicibile la chiami genocidio, ancora oggi i nazionalismi vanno alla rissa. Più di cento anni dopo, voli diretti tra Istanbul e la capitale armena Yerevan a partire dal 2 febbraio per ricucire sul passato e creare futuro.

Voli oltre le ferite della storia

Per ora si parla solo di voli diretti da effettuare tra Turchia e Armenia, due paesi confinanti ma le cui frontiere terrestri sono chiuse. Ma è già un passo avanti nella giusta direzione per cercare di risolvere una situazione apparentemente senza via di uscita. Voli diretti tra Istanbul, la capitale economica della Turchia e la capitale armena Yerevan a partire dal 2 febbraio. L’iniziativa si colloca nell’ambito del processo di normalizzazione dei rapporti tra Ankara e Yerevan recentemente annunciato dalle autorità turche e armene. La prudenza è d’obbligo però perché già in passato agli annunci non sono seguite le azioni conseguenti. A dividere i due paesi è il mancato riconoscimento del genocidio armeno del 1915 operato dall’impero ottomano e che i turchi non riconoscono parlando solo di un conflitto che ha coinvolto anche la popolazione civile.

La Russia dietro le quinte

L’iniziativa attuale ha il sostegno di Russia, Stati Uniti con il sostegno dell’Azerbaijan. Anzi Mosca ha in mano la regia dei colloqui tra i due paesi. La Turchia ha riconosciuto l’indipendenza dell’Armenia quando è stata proclamata nel 1991, senza scambiarsi ambasciatori. I confini tra i due paesi rimasero aperti fino alla prima guerra del Nagorno-Karabakh (1992-1994). Le tensioni tra Ankara e Yerevan derivano, come dicevamo in precedenza, dal mancato riconoscimento da parte di Ankara del genocidio armeno, riconosciuto da una trentina di Paesi, tra cui gli Stati Uniti, l’ultimo ad aprile 2021.

Ritorno al passato

Tra il 1915 e il 1916, la popolazione armena dell’Impero ottomano fu vittima di arresti di massa, marce forzate e massacri che fecero più di un milione e mezzo di morti. Ultimamente, con il riconoscimento degli Stati Uniti e l’uso da parte del presidente Democratico, Joe Biden, della parola genocidio, la posizione turca si è fatta sempre più critica.

Il calcio e i nazionalismi

Nel 2008-2009, per la Coppa del Mondo la FIFA ha messo nello stesso girone Armenia e Turchia: i presidenti dei rispettivi paesi si sono recati dal suo vicino per seguire la nazionale e i due Paesi hanno firmato nel 2009 un “Protocollo per stabilire relazioni diplomatiche” mai ratificato.  Nel 2013 Erdogan tentò una riconciliazione ma l’iniziativa non produsse frutti, anzi il governo di Ankara si è radicalizzato e ha vinto la linea dei nazionalisti del MHP di Devlet Bahçeli.

Avvio di Riconciliazione

Ora forse si volta pagina. La riconciliazione tra Turchia e Armenia sarà avviata ufficialmente il 14 gennaio con il primo incontro, in programma a Mosca, tra i rappresentanti che Ankara e Yerevan hanno nominato per guidare il processo diplomatico. Non si può dimenticare che le relazioni tra Turchia e Armenia sono interrotte dal 1993 a causa del sostegno di Ankara a Baku nel conflitto del Nagorno-Karabakh che all’epoca era stato conquistato dalle forze armene. 

Oltre il Nagorno-Karabakh

Nel novembre del 2020 l’Azerbaijan prese il controllo su gran parte della regione contesa e in seguito Erdogan annunciò che era possibile avviare una normalizzazione con Yerevan. Il ministero degli Esteri di Ankara a fine anno scorso aveva menzionato la possibilità di aprire il confine e che voli diretti tra i due Paesi sarebbero stati inaugurati. Ora non resta che attendere i risultati dei primi colloqui moscoviti sperando che i nazionalisti non riescano a bloccare ancora una volta il disgelo.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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