Tunisia, una crisi dagli effetti imprevedibili alle porte di casa nostra

*** da Remocontro, 27 luglio 2021

Mosse da colpo di Stato spinte dal Covid. Il presidente anti-corruzione Saied manda in tilt la giovane democrazia. Un tentativo di risposta autoritaria al disagio di un popolo piegato dalla crisi economica e dalla incontenibile crisi sanitaria da pandemia. Per l’Italia la minaccia di una nuova ondata migratoria ai confini con la Libia. Poi la componente radicale islamica interna, da dove è partito il maggior numero di reclute del Maghreb per il Califfato ex Isis.

Colpo di Stato si o no? 

Colpo di stato istituzionale, colpo di stato di salute pubblica o semplicemente colpo di stato, e la scelta non è solo lessicale. Si tratta di definire l’azione del presidente tunisino Kais Saied di ricorrere all’articolo 80 della Costituzione tunisina per assumere i poteri straordinari previsti in caso di pericolo imminente per il paese.
«Domenica la piazza esprimeva il profondo disagio provocato dalla disastrosa situazione economica, causata dal venir meno degli introiti del turismo principale risorsa del paese a causa del Covid, e dalla crisi sanitaria per il diffondersi della pandemia che ha già fatto registrare 18.000 morti e rischia un’ecatombe per la mancanza di ossigeno e vaccini», sottolinea Giuliana Sgrena sul manifesto.
«Problemi aggravati da una crisi politica frutto di uno scontro tra il presidente della repubblica e il capo del governo Hichem Mechichi, nominato dallo stesso presidente, ma che è diventato ostaggio degli islamisti di Ennahdha che lo appoggiano e che sono il maggiore gruppo nel parlamento».

Popolo piegato dalla crisi economica e dal Covid

«Un paese sull’orlo di un fallimento economico che necessita almeno di 15/20 miliardi entro la fine dell’anno. Che ha visto la comunità internazionale voltargli le spalle sia per gli aiuti di carattere sanitario che per gli aiuti di carattere economico. Sui primi va detto che l’Italia ha fatto bene la sua parte», denuncia Bobo Craxi sull’HuffPost.
«Non c’è alcuna aspettativa particolare da parte dei dodici milioni di popolazione tunisina. Alle illusioni rivoluzionarie ha fatto seguito una lunga serie di aspettative frustrate dalla realtà. E’ un paese piccolo, orgoglioso, strategico ma che è rimasto povero e deve fare i conti con la concorrenza nordafricana, lo scomodo vicino libico, l’inquieta Algeria, la crescente disillusione della nuova generazione, attirata dalle luci dell’occidente. E la distrazione dei propri vicini di casa mediterranei, nonché la distanza dell’antica padrona di casa, la Francia, che sembra tenere ancora il broncio dopo gli anni della decolonizzazione ritenendosi un partner stra-privilegiato».

I fatti noti al momento

Più di una crisi politica: un terremoto istituzionale che – secondo i partiti di governo, licenziati in tronco – equivale a un colpo di Stato in piena regola. Ma non c’è una lettura univoca di quello che sta accadendo in Tunisia. Per Fabio Frettoli, analista freelance esperto di politica tunisina, sentito da Giulia Belardelli, «la svolta delle ultime ore gode del sostegno di buona parte della popolazione tunisina per un motivo molto semplice: la situazione socioeconomica è talmente grave che qualsiasi cambiamento è visto come un’opportunità».

«Quella di Saied è veramente una figura sui generis», spiega Frettoli. «É un accademico di stampo conservatore ma si è sempre tenuto lontano da posizioni radicali. Il suo cavallo di battaglia, da sempre, è la lotta alla corruzione. È un populista nei contenuti, ma non nei modi», prosegue il ricercatore.
«È un personaggio ibrido, viene soprannominato RoboCop per il suo modo di parlare scandito, solo in arabo standard. Questo gli dà l’aplomb di una figura molto rispettabile. Conosce perfettamente la legge e ha fatto parte del comitato che si è occupato di scrivere la Costituzione del 2014».

La crisi vista dall’Italia

Visto dall’Italia, il periodo di incertezza e probabili tensioni che si apre da oggi in poi rappresenta un’ulteriore incognita dall’altro lato del Mediterraneo. Se la situazione sfugge a livello di governo, ci potrebbe essere qualche ripercussione sui flussi migratori, il facile allarme. Ma la crisi tunisina era nota da tempo.
Chi ha buona memoria evoca un documento anonimo circolato mesi fa e diffuso dal media Middle East Eye (vicino al Qatar) che annunciava un imminente colpo di Stato programmato dalla presidenza.

Se l’origine del documento in questione non è chiara – sembra essere in qualche modo ricollegato a una società privata di consulenza, fa sapere il media tunisino Barr El-Aman in un lungo ‘fact-checking’ – costituisce una prova (almeno) della crescente tensione tra il partito di maggioranza in parlamento, gli islamisti di Ennahda, e il presidente della Repubblica. Che da mesi tentano di destabilizzarsi l’un l’altro.
Prova di forza i cui esiti non possono essere dati per scontati, nonostante il proclamato appoggio dell’esercito al presidente Saied. «Un punto positivo della Tunisia è che è sempre riuscita a gestire le sue crisi, in un modo o nell’altro».

Nord Africa e radicalismo islamico

L’attenzione internazionale più avveduta ha uno sguardo più ampio, sui rivolgimenti politici del 2011 che hanno messo in moto un lungo e incerto processo di transizione in Nord Africa, la fascia che parte dall’Egitto, e poi Tunisia, Marocco, Libia e Algeria. Crisi note e altre meno note, ma nessuna da sottovalutare.
E come, ricordava in un suo commento ieri su Geopolitica Remocontro lo studioso di cose arabe Giuseppe Santomartino«Ricordiamo che la componente radicale in Tunisia, che molti analisti si ostinano a definire “moderata” con una tassonomia priva di senso analitico, ha fornito il maggior contributo per i cosiddetti ‘Foreign Fighters’», il più alto numero di reclute per l’Islamic State tra i Paesi del Maghreb.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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