Tripoli, Malta e Cosa nostra: le rotte del ‘Libyagate’. Così i pirati del petrolio fanno affari con i guardacoste

da Remocontro, 21 gennaio 2022

L’inchiesta di Irpi (Investigative Reporting Project Italy) con Avvenire. Le indagini sul cartello dell’oro nero in affari coi trafficanti di uomini e armi. Sintesi dell’inchiesta di Lorenzo Bagnoli (Irpi Media) e Nello Scavo (Avvenire), sulle connessioni criminali nel Mediterraneo. Rivelazioni sulla faida tra clan libici d’intesa con faccendieri maltesi e mafiosi siciliani.
Dalle raffinerie libiche fino al feudo dell’imprendibile Matteo Messina Denaro.

13 aprile 2020, lunedì di Pasquetta

All’ora di pranzo la Armed Force Malta, la marina militare maltese, lancia un messaggio telex a tutte le imbarcazioni che navigano nella sua zona di Search and rescue (Sar, mare con obbligo di salvataggio nazionale): «Le navi che transitano nell’area devono tenere alta la guardia e assistere se necessario», recita l’allerta, ma… Nel ‘navtex’ le autorità maltesi avvertono anche che, a causa delle restrizioni per il Covid, non avrebbero permesso lo sbarco sull’isola a chi avesse recuperato i naufraghi. Violazione di tutte le regole del mare e il naufragio. Alcuni gommoni con a bordo 63 migranti partiti da Garabulli, 50 chilometri a est di Tripoli, stavano affondando. Nel “navtex” le autorità maltesi avvertono che, a causa delle restrizioni per il Covid, non avrebbero permesso lo sbarco sull’isola a chi avesse recuperato i naufraghi. Cinque i cadaveri e sette dispersi. Gli altri 51 naufraghi riportati in Libia, inghiottiti nei campi di prigionia.

La flotta fantasma

Un’inchiesta di Avvenire, del Guardian e del New York Times, a scoprire che il respingimento non è stato condotto dalla Guardia costiera libica, come generalmente accade, ma da un peschereccio che navigava senza nome e senza codice Imo, il numero identificativo di tutte le imbarcazioni al di sopra di una certa stazza.

Nave fantasma per operazioni pirata

La nave fantasma in realtà un nome ce l’ha. Anzi almeno due: “Mae Yemanja” secondo il registro navale libico, “Dar El Salam 1” secondo il registro navale maltese. Anche il codice Imo esiste, ma entrambi a Pasquetta 2020 erano stati coperti con della vernice blu. E quella nave, mezza libica e mezza maltese ha portato i superstiti in «un noto centro di detenzione gestito da una milizia pro- governo» in Libia, denuncia il giornale newyorkese. Il suo ultimo viaggio tracciabile è stato di cinque giorni, tra il 30 aprile e il 4 maggio. Porto di partenza e di arrivo, Al-Khoms, in Libia. Nient’altro tra settembre 2020 e settembre 2021.

‘Salve Regina’ ma non è una preghiera e ‘Tremar’ 

Insieme alla “Mae Yemanja”, quel giorno hanno lasciato il porto di Valletta anche la “Salve Regina” e la “Tremar”, altri due pescherecci di supporto. Ricordiamone il nome perché li ritroveremo. La strage di Pasquetta ha innescato diverse azioni legali sia in Italia, sia a Malta. A Malta, l’organizzazione contro la corruzione “Republika” ha depositato due esposti contro il primo ministro maltese Robert Abela e il comandante dell’esercito maltese Jeffrey Curmi, accusati per l’omissione di soccorso, e contro un pattugliatore maltese che invece si soccorrere minaccia e allontana.

Neville Gafà, emissario del governo maltese in Libia

C’è un terzo procedimento sull’isola, che svela di un patto per i respingimenti rimasto segreto per quasi tre anni, già dall’allora premier Joseph Muscat, concordato e gestito da Neville Gafà, emissario ufficioso ma potente del governo maltese in Libia. In una intervista alla testata cattolica maltese Newsbook, e poi sotto giuramento di fronte al tribunale di La Valletta, Gafà ha confermato di conoscere l’attività del “peschereccio fantasma” e ha precisato che tutta l’operazione stava avvenendo «sotto la giurisdizione della Libia». 

Il ‘negoziatore’ maltese era già noto per la sua dichiarata e fattiva avversione nei confronti della reporter Daphne Caruana Galizia, uccisa con un’autobomba nell’ottobre 2017.

Vascelli sospetti con Mazara del Vallo

Non solo migranti. Il cartello dei trafficanti, e qui entrano in gioco le cosche mafiose nostrane. Armatori e comandanti della flotta intervenuta in occasione di molti dei naufragi finiti sotto inchiesta, vanno a scoprire un altro genere di affari marittimi. Le imbarcazioni compaiono nelle indagini della Procura antimafia di Catania sul contrabbando di gasolio. Un’associazione criminale evoluta, una sorta di ‘cartello’ che di fatto ha monopolizzato il mercato nero del diesel.

Non mafia classica ma concorrenza

«A differenza delle associazioni, i cartelli possono essere geometrie criminali altamente conflittuali». Il cartello che agisce nel Canale di Sicilia ha avuto la massima espansione tra il 2015 e il 2018, gli anni in cui, con nordafricani e maltesi sono entrati imprenditori siciliani che le procure italiane sospettano di vicinanza con Cosa nostra. Il tribunale di Catania, nell’ottobre 2017, ha ordinato l’arresto dei maltesi Darren e Gordon Debono, accusati, insieme a broker petroliferi, agenti marittimi, armatori, comandanti, e affiliati a milizie libiche, di traffico internazionale di gasolio, venduto in Italia senza pagare le accise. 

Torniamo a ‘Salva Regina’ e ‘Tremar’

Il peschereccio maltese “Tremar”, oramai di casa nel porto siciliano di Mazara del Vallo, quel giorno della strage di Pasquetta era salpato in direzione Libia. Stava seguendo le indicazioni di un elicottero di Malta, in cerca dei superstiti del naufragio. Dopo l’operazione di recupero svolta dalla “Mae Yemanje”, altra nave fantasma con doppia registrazione nei registri navali di Libia e Malta e con il nome e il codice coperti dalla vernice blu, il motopesca Tremar si mette in attesa di istruzioni mentre una terza nave, la “Salve Regina”, scorta la prima.

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Ancora la Pasquetta del 2020

Il comandante della ‘Tremar’, Amer Abdelrazek. Egiziano di nascita, a Malta è titolare di due società armatrici: Daha Oil & Gas e Rema Fishing. E’ lui a dichiarare al New York Times che era al timone quel giorno di pasquetta assassina. Ma è anche l’uomo chiave per collegare il tragico episodio episodio e il peschereccio Tremar alla rete dei presunti contrabbandieri di gasolio sulla quale sta indagando la Direzione distrettuale antimafia di Catania. Le forze dell’ordine europee ritengono Amer Abdelrazek contrabbandiere di carburante, ma non accennano ai suoi ruoli nella gestione dei migranti.

Daha Oils & Gas e la ‘Bonnie B’

La ‘Bonnie B’ è tra le petroliere ‘tracciate’ nell’indagine dell’antimafia di Catania. Fino alla fine del 2017 è stata di proprietà di un imprenditore italiano. Secondo la procura, la ‘Bonnie B’ era tra le navi che un gruppo di spregiudicati imprenditori in affari anche uomini vicini al clan Mazzei -il ramo di Cosa nostra etnea-, ha cercato di utilizzare per i suoi affari. L’organizzazione, secondo quanto riporta nell’ordinanza di custodia cautelare la giudice Marina Rizzo, «importava prodotti petroliferi senza accise avvalendosi anche del metodo mafioso per imporsi».

E il “metodo mafioso”, in Sicilia, non è a disposizione di tutti.

Armatori greci, società nigeriane e Guardia costiera libica

“Daha Oils & Gas”, dell’egiziano Abdelrazek, appare nella lista dei partner della “Pak Maritime & Shipping Services Ltd”, una società di navigazione con sede a Lagos, in Nigeria. Nel 2015 l’Associazione degli armatori greci aveva venduto 40 navi alla Nigeria per alimentare la flotta delle società locali. Dunque, armatori greci con società nigeriane e navi che, nelle intenzioni, dovrebbero spostarsi nel contesto del Golfo di Guinea. Come minimo la virtù del dubbio.

Certificati ‘National Oil’ falsi

I prodotti petroliferi erano venduto di contrabbando grazie all’accordo della Brigata al-Nasr, la milizia con sede nella raffineria di Zawiyah, ovest della Libia, di cui Bija è l’esponente più noto. Il clan libico è guidato dai fratelli Kachlaf, che controllano anche i locali campi di prigionia governativi per migranti e sono titolari della polizia privata “Petroleum facility guard”, a cui è affidata la sorveglianza della “Azzawya Oil Rafinery Company”, il più grande complesso petrolifero del Paese nel quale lavora anche l’Italiana Eni.

Pescherecci fantasma e armatori da galera

I “pescherecci fantasma” coinvolti in una delle tante strage di migranti in un giro di opache compagnie di navigazione internazionali, a trafficare sia con Tripoli sia con la Cirenaica di Haftar. Contrabbando tra fazioni di non Stato. Il 2016, si vedrà nella prossima puntata costituisce una fase decisiva del cartello criminale. Passaggio chiave, la nave cisterna Transnav Hazel ‘trascinata’ (testualmente), nelle acque contigue maltesi, assieme ad altre imbarcazioni coinvolte nel cartello del contrabbando di petrolio.

Ed è qui che entrano in scena i siciliani.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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