Tre italiani su quattro vogliono solo «eletti» per Palazzo Madama

Pagnoncelli NandoL’articolo di Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera merita grande attenzione non solo per i risultati del sondaggio di opinione sulle riforme costituzionali, ma perché mette in relazione questi ultimi con le motivazioni degli intervistati, operazione spesso trascurata da chi vuole portarli a sostegno della propria tesi. Così, mentre le promesse di cambiamento sono certamente all’origine del largo consenso ottenuto finora da Renzi e dal suo governo, i contenuti delle riforme avviate restano quasi sconosciuti e  quella del Senato in particolare i più non sanno neppure che esista o ne hanno appena sentito parlare.  Chi si entusiasma per il generale apprezzamento della riduzione del numero dei parlamentari e delle loro indennità dovrebbe anche entusiasmarsi per l’ostilità non meno diffusa verso la politica e i suoi rappresentanti. Chi argomenta che gli elettori sarebbero felici di risparmiarsi un’elezione diretta e le spese relative sbaglia alla grande perchè ogni elettore vorrebbe avere il diritto di scegliere tutte le cariche direttamente, comprese tuttavia quelle del premier e del presidente della repubblica, ciò che stravolgerebbe la Costituzione quanto un Senato non elettivo. E così via, il che porta lo stesso Pagnoncelli a concludere che “non è detto che le riforme debbano tener conto delle richieste dei cittadini, soprattutto se poco informati” (nandocan).

***di Nando Pagnoncelli, 21 luglio 2014* – La riforma del Senato presenta un elevato valore simbolico non solo perché si tratta della più significativa modifica costituzionale della storia repubblicana ma anche perché rappresenta la dimostrazione che il Paese può realizzare importanti cambiamenti. E la promessa di cambiamento risulta il tratto distintivo del governo Renzi, il ché spiega in larga misura il consenso di cui l’esecutivo gode attualmente.

In realtà i contenuti della riforma sono noti solo ad una parte minoritaria degli italiani: solo il 3% dichiara di conoscerli in dettaglio, il 28% a grandi linee, il 33% ne ha solo sentito parlare ma non ne sa granché e il 37% ignora il tema. È un dato che non sorprende, innanzitutto perché da sempre le riforme istituzionali rappresentano un tema ostico, le cui implicazioni sono di difficile comprensione per molti cittadini: non a caso la riforma del Senato risulta meno conosciuta tra le persone meno istruite, quelle meno giovani e le casalinghe. In secondo luogo perché la discussione tra le parti politiche, a tratti molto accesa, induce molti cittadini a non approfondire il tema e a dedicare la propria attenzione ad altri argomenti, a partire da quelli legati alla crisi (occupazione, crescita, protezione sociale).

Indipendentemente dal livello di informazione, la riduzione del numero di senatori da 315 a 100, eliminando l’indennità, incontra un consenso pressoché unanime: l’87% degli italiani si dichiara molto d’accordo e il 6% abbastanza d’accordo. È un consenso coerente con i sentimenti di ostilità, ampiamente diffusi nel Paese, nei confronti della politica e dei suoi costi. E un grande consenso accompagna anche il superamento del bicameralismo paritario. La riforma assegna a Camera e Senato funzioni distinte e conferisce alla Camera alta un potere di veto limitato a poche leggi, tra cui quelle costituzionali ed elettorali. A questo proposito oltre due italiani su tre si dichiarano molto (43%) o abbastanza (25%) d’accordo. L’insofferenza per la lentezza dei processi legislativi, in un mondo nel quale tutto è diventato più veloce e nel quale, in ogni contesto, vengono richieste decisioni rapide, spiega in larga misura l’accordo su questo importante cambiamento delle funzioni del Senato.

La sintonia con l’opinione pubblica, tuttavia, non riguarda tutti i punti della riforma. Infatti solo un italiano su cinque condivide la proposta che prevede il venir meno dell’elezione dei senatori da parte dei cittadini e conferisce ai consigli regionali il potere di nomina, scegliendo tra i consiglieri e i sindaci, con l’esclusione di 5 senatori nominati dal presidente della Repubblica. Nel complesso tre italiani su quattro (73%) preferirebbero che i senatori continuassero ad essere eletti dai cittadini. È un dato che non sorprende, perché da sempre gli italiani rivendicano il diritto di scegliere direttamente: sono infatti molto favorevoli all’elezione diretta sia del presidente della Repubblica sia del premier. Ma sono favorevoli anche alla possibilità di scegliere i candidati attraverso le elezioni primarie, a sinistra quanto a destra, sebbene in quest’ultima area politica non siano molto praticate. Non è affatto scontato che partecipino alle elezioni (in Italia l’astensionismo è crescente) o alle consultazioni primarie che prevedono la partecipazione «fisica» o telematica, ma l’importante è poter disporre del diritto di decidere.

Ma c’è dell’altro: la nomina dei senatori da parte di altri eletti, per di più appartenenti ai consigli regionali che, come sappiamo, negli ultimi anni non godono di buona fama, per le note vicende giudiziarie, oltre ad espropriare i cittadini del diritto di scelta, produce un meccanismo per cui sono i politici a scegliere i politici, generando sospetti e sfiducia.

L’iter per l’approvazione della riforma del Senato è ancora lungo e non è dato di sapere quale sarà l’esito definitivo di questo percorso, ma una cosa è certa: gli italiani chiedono minori costi e maggiore efficienza della politica e nel contempo la possibilità di poter decidere. Ma non è detto che le riforme debbano tener conto delle richieste dei cittadini, soprattutto se poco informati.

 

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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