Trattato italo-francese trionfo del ‘bilateralismo’ e Unione Europea soggetto politico disarticolato

Piero Orteca su remocontro, 28 Novembre 2021

Trattato del Quirinale. Sergio Mattarella, Mario Draghi padroni di casa ed Emmanuel Macron ospite di riguardo. Su questo accordo di portata politica europea (e vedremo con Orteca come e quanto) si incrociano anche i destini personali dei tre protagonisti. Nessuno dei presenti è infatti in grado di dire se tra pochi mesi il presidente della Repubblica sarà ancora al Quirinale, se il premier sarà a Palazzo Chigi o avrà traslocato al Colle, e se il presidente francese sarà all’Eliseo dopo il voto di aprile.

Cosa buona, diplomazia incerta

Mettiamo le mani avanti. Perché se è vero che abbiamo fatto una cosa buona, è ancora più realistico rendersi conto che il trattato italo-francese firmato ieri non ci farà certo vincere il Premio Nobel per la diplomazia. Né ci restituirà quel ruolo di potenza politica internazionale che abbiamo smarrito da lunga pezza. Certo, il blitz romano del Presidente Macron ha dato una mano di vernice fresca alle passate glorie. E a giudicare dal ponderoso documento che è stato tirato fuori, dopo l’incontro col premier Mario Draghi e col Capo dello Stato, Mattarella, c’è da essere soddisfatti. Almeno per quanto riguarda intenzioni e buoni propositi.

‘Work in progress’

Anche se, con la dovuta (e scafatissima) lungimiranza, i nostri “sherpa” governativi hanno consigliato di avvisare che l’accordo sulla cooperazione tra Italia e Francia è un “work in progress”. Insomma, con i cugini d’Oltralpe collaboreremo su tutto, dalla cibernetica alle aree di crisi e dall’alta tecnologia fino al cibo per i gatti. Ovviamente, tutto questo sulla carta. Perché, i mirabolanti impegni, schiacciati a forza nei 10 punti del documento, esondano a ogni riga. A cominciare da quelli sulla difesa che (ossimoro politico militare), “saranno mantenuti in ambito Nato e UE”.

Trattato del poco o del troppo?

Due le domande chiave per valutare. Il trattato (bilateralissimo) è debole? E allora non serve a niente, se non a Macron, per fare una comparsata a Roma, in vista delle Presidenziali francesi. Il Patto del Quirinale è forte? In questo caso si tratta di un bel colpo allo spirito europeo dell’Unione. Dove ci si riunisce in 27, ma poi si decide in tre. E noi vorremmo far parte di quei tre. Quindi lasciamo da parte tutti i peana alla solidarietà di facciata, e su una fratellanza continentale, che appare e scompare a convenienza, e concentriamoci sui fatti. E all’estero l’Intesa Roma-Parigi non ha avuto grandi attenzioni.

Manica e Atlantico più larghi

Le Monde ha dedicato un titolo importante all’incontro che Macron ha avuto con Papa Francesco. Facendo capire che al Presidente francese più dell’intesa con gli italiani, interessava quella con i cattolici, che rappresentano una larga fetta dell’elettorato transalpino. Dal punto di vista strategico, dopo i guai combinati in Libia (senza dimenticare Algeria, Siria e Libano) la Francia cerca una ricollocazione, che la faccia uscire da una specie di isolamento. Dopo la Brexit e la crisi dei sottomarini australiani, i suoi rapporti col Regno Unito non sono più buoni. Anche quelli con gli Stati Uniti di Biden hanno subito un raffreddamento.

Berlino dopo Merkel

Da una fase di incertezza, a seguito dell’addio ormai prossimo di Angela Merkel, sono anche caratterizzate le relazioni con la Germania. Berlino è un partner privilegiato insostituibile per Macron, ma in questa fase non offre le garanzie che dava prima. Tra le altre cose, si avvia ad avere un probabile governo a guida socialdemocratica. Insomma, fatti i conti e tirate le somme, a Macron non dispiacerebbe avere a fianco una potenza-satellite come l’Italia. Forte a sufficienza, come partner su cui appoggiarsi nel momento del bisogno e debole abbastanza da non riuscire mai ad alzare la testa, per contraddire apertamente la leadership transalpina.

Fronte sud dell’Unione

Se a Macron dovesse riuscire anche il colpo di agganciare in questo giochino la Spagna, allora il suo Paese potrebbe riuscire a spostare definitivamente gli assi privilegiati, politici ed economici, dell’Unione Europea.

Che in quel caso comincerebbe ad assomigliare sempre più a una sorta di confederazione tra macro-aree geografiche

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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