Toto Quirinale, perché Rodotà vince e svanisce?

rodotastefano

Bella domanda. E il confronto tra i sondaggi e le previsioni della stampa dovrebbe fare riflettere alcuni amici, come Nino Labate (vedi qui il suo commento), che, senza nulla togliere al ruolo importante dei partiti in una democrazia rappresentativa, non si può proprio escludere che qualche volta “la società civile sia migliore e più virtuosa della società politica”. Ciò detto con tutte le riserve possibili su una distinzione artificiosa tra la cosiddetta società civile (tutti tranne i dirigenti politici?) e la cosiddetta società politica (le segreterie dei partiti? Gli eletti nelle istituzioni rappresentative? Gli iscritti che contano poco o niente?)  (nandocan).

***di , 24 gennaio 2015 * – In Articolo21 convivono anime diverse che in modo diverso pensano, pregano (o non pregano), votano e si mobilitano per cause civili, sociali e politiche. Per questa ragione non abbiamo candidature da indicare per il Quirinale. Ci sono tuttavia alcune sfaccettature, anche nella corsa al Colle e nell’atteggiamento dei media che non possiamo non rilevare.
Nel conto alla rovescia per il Capo dello Stato il Fatto Quotidiano lancia il suo primo turno di Quirinarie che viene stravinto da Stefano Rodotà con oltre 17mila preferenze. Rodotà è al primo posto nei sondaggi presentati a “Ballarò” (Rai3) e “Di Martedì” (la7). E’ secondo nel sondaggio pubblicato dal Corriere della Sera (un punto dietro Prodi doppiando il terzo arrivato Veltroni). E’ al quarto posto nel sondaggio di Tecnè per “Porta a Porta”. E potremmo citarne numerosi altri.

Eppure, misteri dell’informazione nostrana, il nome di Rodotà sparisce di fatto (tranne che sul Fatto e in poche altre testate) dalla rosa dei favoriti. La gran parte dei media lancia il sasso e nasconde la mano. Si cita distrattamente il risultato dei rilevamenti e poi, come in un mirabile trucco degno del miglior mago Silvan, le preferenze riservate al giurista scompaiono.
I candidati plausibili sono altri e di Rodotà non c’è traccia.

Proviamo a suggerire alcune ragioni della curiosa rimozione dalla lista dei papabili:
Rodotà è uno strenuo difensore dei principi fondamentali della Costituzione. Che però ormai è cosa vecchia da rottamare e da riscrivere (a quattro mani: R & B).
Si è sempre opposto alle leggi ad personam. Che tuttavia non hanno alcunché di sbagliato secondo i fautori del Patto del Nazzareno.
Ha sempre combattuto contro i bavagli alla libertà di espressione. Che forse, poi, meglio multarli pesantemente alcuni giornalisti, così ci penseranno meglio a fare le pulci al potere.

Stefano Rodotà – che Articolo21 ha trovato sempre al suo fianco nelle battaglie per il dovere di informare e il diritto ad essere informati – è quindi non pervenuto. Vince e svanisce. E si dissolvono – rimuovendo dalla rosa dei papabili figure come Rodotà, Zagrebelsky, Imposimato e altri storici garanti del diritto e della Costituzione – anche quelle flebili speranze di tornare ad essere (o di diventare) un paese civile.

@s_corradino

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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