Tortura: qui la ruspa di Salvini non passa

Marnetto Massimo 1***da Massimo Marnetto, 26 giugno 2015 – Se impedisci ai poliziotti di torturare, loro non possono lavorare.

E’ il “Teorema Salvini” che il ruspante con la ruspa si è sentito in dovere di pronunciare nella giornata contro la tortura, in spregio alla mancanza di una legge – sempre rimandata – per istituire in Italia, come in tutte le nazioni civili, il reato di tortura.
Il padano scaltro invece si è andato a prendere un po’ di consenso populista incontrando alcuni poliziotti con la solita casacca parlante, su cui ha scritto Polizia. Cioè, sono dei vostri e via con strette di mano a tutti, promettendo libertà di eccesso, perché il limite di non massacrare le persone fermate intralcia i movimenti.
Salvini ha detto che se un delinquente nel parapiglia dell’arresto si sbuccia un ginocchio o si rompe una gamba, peggio per lui. Ma il punto non è questo. Perché di tortura si parla quando una persona arrestata e impotente è sottoposta a inutili e rilevanti sofferenze fisiche e psicologiche.
Esattamente quello che è successo a Genova, quando i fermati sono stati rinchiusi nella caserma Bolzaneto. Non potevano abbassare le braccia per ore, dovevano stare in piedi, in celle affollate, a temperature altissime, senza poter andare in bagno, insozzate dai loro escrementi, costrette a guardare sempre a terra negli spostamenti, percossi se non ubbidivano, da agenti con la suoneria del cellulare che cantava “faccetta nera”.
Fatti coraggiosamente trascritti dall’ex giudice Roberto Settembre, che si è occupato della vicenda, e appena andato in pensione, ha sentito il dovere – come cittadino – di raccontarli nel suo libro “Gridavano e piangevano”.
No signor Salvini, la tortura è abuso violento contro la Costituzione della dignità.
E’ un retaggio fascista, che piace ai fascisti. Qui la sua ruspa non passa..
Massimo Marnetto
Libertà e Giustizia di Roma

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

gtag('config', 'GTM-K2KB4MR', { 'send_page_view': false });
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: