Tensioni internazionali diffuse e dall’Asia riparte la corsa alle armi. I 4 scenari esplosivi

di Ennio Remondino, 31 ottobre 2021

La ‘fuga in avanti’ (un po’ troppe) del segretario di Stato Usa, Antony Blinken che aveva ‘auspicato’ una maggiore partecipazione di Taiwan nell’Onu. E il portavoce del ministero degli Esteri cinesi Zhao Lijian che in maniera più diretta denuncia il rischio di un «effetto dirompente» sui rapporti bilaterali tra i due Paesi se Washington continuerà a usare la «carta di Taiwan».
E dall’Asia riparte la corsa alle armi. Si spendono in armamenti 400mila dollari al minuto. Quattro scenari in ebollizione: anche in Medio Oriente e in Africa

Provocazioni a produrre cosa?

Alta tensione Usa Cina su Taiwan oltre la sostanza, giocata anche sulle inutili provocazioni verbali. Salvo non voler provocare proprio le temute reazioni materiali. L’ultimo scontro a distanza tre giorni fa con la Cina che ha replicato a muso duro alla “fuga in avanti” del segretario di Stato Usa, Antony Blinken. Che aveva auspicato una maggiore partecipazione di Taiwan all’Onu, ben sapendo che Taiwan non è riconosciuta tra le Nazioni Unite. E la reazione del ministero degli Esteri cinese è stata quasi sorprendentemente moderata. Più o meno, un ‘attenti a non esagerare’. Tanto moderata da far veramente paura.

Chi ci guadagna sempre e comunque 

Un conflitto anche solo parziale Usa-Cin spalancherebbe uno scenario da incubo, con gli Stati Uniti che promettono di scendere in campo al fianco dell’isola secessionista. «La tensione nel Sudest asiatico, Taiwan e Mare della Cina meridionale, ha rimesso in pieno movimento un mercato che muove cifre da capogiro», segnala Francesco Palmas su Avvenire. «Il commercio mondiale delle armi tornato ai massimi livelli, vale oltre 110 miliardi di dollari».

Profitti che sfiorano i 392 miliardi di dollari. 400mila dollari ogni minuto, 900 milioni al giorno.

Un mare di denaro oscuro

«Conosciamo solo il valore delle licenze finali, ma intorno ad esse danza spesso un mare di denaro oscuro, sotto forma di tangenti, che per eufemismo si fanno passare per spese commerciali eccezionali». Talvolta emergono scandali, come nel caso delle mazzette pagate dai francesi di Giat Nexter agli emiratini per la vendita di carri armati Lecrerc, visti in guerra in Yemen. «I casi sono tanti: dall’affare Karachi, al dossier Agusta-Dassault, passando per le fregate di Taiwan».

Sistema profondamente corrotto

Affari spesso segreti e somme enormi in ballo, uguale corruzione diffusa. «“Retro commissioni”, finanziamenti ai partiti politici, giochi di specchi: il 40% della corruzione che affligge il commercio internazionale è legato alle armi». Produttori e mercanti, ma non solo. «Spesso alle transazioni partecipano Paesi partner per agevolare la segretezza delle trattative e accattivarsi i favori politici dei beneficiari».

Esempio Azerbaigian

La sua compagnia aerea Silk Way Airlines ha messo a disposizione voli privati che hanno affiancato i cargo dell’aeronautica militare azera per trasferire innumerevoli partite di armi, sotto la copertura del trasferimento diplomatico. «La gran parte delle armi era americana, finita in mano a gruppi coinvolti nella guerra siro-irachena. Baku ha fatto da sponda anche all’Arabia Saudita, che ha potuto vendere armi impunemente al Congo e al Sudafrica». Per l’Azerbaigian un modo per accattivarsi le simpatie degli alleati americano e saudita nel conflitto con l’Armenia, depistando le Nazioni Unite.

Poche armi esclusive, il resto in vendita

«Tutte le armi sono ormai concepite fin dall’inizio per essere esportate. Solo gli Stati Uniti hanno prodotti esclusivi per le loro forze armate, come i caccia intercettori F-22 e i sottomarini nucleari». Per il resto, guerra economica senza esclusione di colpi, vedi il caso dei sommergibili australiani tra Usa e Francia. Sono almeno 1.650 le aziende che producono e vendono armi. Ma il 76% del commercio è un affare dei colossi statunitensi, russi, francesi, tedeschi e cinesi. Gli americani valgono da soli il 37% dell’export totale, i russi il 20%.

Le produzioni armiere in casa

Fatto preoccupante, si stanno affacciando potenze mercantili emergenti anche nel settore delle armi, dagli Emirati Arabi Uniti alla Corea del Sud, al Brasile e a Israele. I blindati e i droni turchi stanno conquistando l’Africa e l’Europa orientale. Emergono anche il Kazakistan e l’Azerbaigian, cui i sudafricani di Paramount hanno ceduto tecnologie e trasferito parte della produzione di blindati.

Sulle piste delle tensioni geopolitiche

L’Asia in fermento importa il 42% delle armi vendute a livello globale, seguita dal Medioriente col 33%. Nonostante la pandemia, l’Europa ha aumentato le spese militari del 4% e fatto impennare l’import di armi (+12%), specie a Est. L’Africa è un caso a parte: le transazioni legali sono scese del 13%, ma sono schizzati verso l’alto i trasferimenti clandestini, in Etiopia, in Libia, in Centrafrica e in Congo. Dei 120 miliardi di dollari che ruotano intorno al mercato nero delle armi, 20 sono appannaggio dei Paesi africani, 50 di quelli asiatici.

Flotte aeree e navali

A Oriente, la modernizzazione delle marine militari e delle forze aeree è impressionante. C’è una proliferazione allarmante. Stanno arrivando nuovi cacciabombardieri, portaerei e sommergibili. «Stati Uniti, Giappone, Australia, India, Taiwan e Corea del Sud hanno giganteschi programmi aeronavali per fronteggiare l’ascesa cinese. Pechino acquista ormai poche navi dalla Russia: i suoi cantieri nazionali stanno sfornando ogni quattro anni l’equivalente di tutta la Marina Militare italiana». Cina anche a vendere: due terzi dei Paesi africani usano oggi equipaggiamenti militari cinesi. Le richieste sono aumentate dell’88% nell’ultimo decennio.

QUATTRO SCENARI IN EBOLLIZIONE

Pechino-Taipei

Lo stretto di Taiwan è una delle aree più militarizzate del pianeta. Le navi militari Usa e britanniche lungo lo stretto tra isola e continente cinese, e le incursioni di velivoli cinesi nella zona di identificazione aerea di Taiwan. Pechino –scrive Francesco Palmas- sta rafforzando le basi missilistiche aeree a ridosso dell’isola, e quest’anno Taiwan ha varato un bilancio militare mai visto prima: 15,4 miliardi.

India-Pakistan

Il conflitto latente fra India e Pakistan intorno alla regione del Kashmir minaccia di riesplodere ciclicamente. Se le forze convenzionali pachistane, molto inferiori, fossero soverchiate da quelle indiane, Islamabad potrebbe ricorrere ad armi nucleari tattiche, costringendo gli indiani a replicare. Sia Dehli sia Islamabad stanno aumentando gli arsenali nucleari: la prima ha ormai 160 testate, la seconda ha raggiunto quota 165.

Iran-Israele

«Pronti nuovi piani operativi contro il programma nucleare iraniano», annuncia il capo di Stato maggiore israeliano. Se fallissero i negoziati sul nucleare di Teheran (ieri è stata annunciata dall’Iran la ripresa dei colloqui a novembre), mentre il governo israeliano ha ricevuto dagli americani nuove bombe anti-bunker. I suoi caccia bombardieri F-35 Adir si sono addestrati anche in Italia, a giugno, con noi e con gli americani.

Egitto-Sudan-Etiopia

Nuove manovre militari hanno coinvolto in questi giorni (prima del golpe a Khartum) reparti militari egiziani e sudanesi. Un’alleanza di fatto in chiave anti-etiope, per la disputa sulla grande diga del Gerd. Se non si trovasse una soluzione di compromesso , intorno al regime delle acque del Nilo potrebbe scatenarsi la prima «guerra per l’acqua». L’Egitto in 5 anni è diventato il terzo importatore mondiale di armamenti, con un incremento del 136%.

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