‘Telefono amico’ Biden Putin, segni di possibile distensione tra riti e segnali

da Remocontro, 14 gennaio 2022

Ucraina e Nato al centro dei summit telefonici tra Biden e Putin sul cui risultato molto poco sappiamo. Ma già il fatto che ciò accada, dà ragione a Roberto Zanini che sul manifesto pubblica la foto con gli sciamani peruviani benauguranti attorno alla foto dei due leader. Più telefonate e qualche minaccia in meno tra crisi Ucraina, Nato sbandata ad est, nucleare sia iraniano che di arsenale di bombe tra le due superpotenze

Una telefonata, per ora solo una telefonata

Lanci d’agenzia striminziti, prigionieri tra il straripante Omicron e il sempre più problematico Capodanno. «Ma con eserciti e armi nucleari ammassati lungo il confine ribollente dell’Ucraina, anche una telefonata può allungare la vita. Quella di tutti, non solo degli ucraini», sottolinea Zanini. Il presidente americano Joe Biden e quello russo Vladimir Putin hanno riattivato il «telefono rosso» (espressione ripescata dalla guerra fredda, ai tempi della crisi dei missili a Cuba), e ieri sera i due capi di Stato avversari e super amati, si sono sentiti per la seconda volta in tre settimane. Notizia sottovalutata: negli auguri di Natale Putin ha persino scritto a Biden che «un dialogo efficace è possibile».

Il fatto in se che fa sperare

Resoconti avari, dicevamo. I due Capi di Stato al telefono e la diplomazia all’ascolto che decide cosa farci sapere. Resoconto Rai, anche in stretta da sciopero. Cinquanta minuti di telefonata, ‘sulla questione Ucraina’, dice la Casa Bianca. E sempre l’Ucraina dal 10 gennaio al centro di negoziati bilaterali Usa-Russia, seguiti dal consiglio Nato-Russia e dalla riunione Osce. Nel frattempo Mosca ha pubblicato una lista di richieste a Nato e Usa per ottenere quelle che reputa le necessarie garanzie alla sua sicurezza, a cominciare dalla limitazione del ruolo dell’Alleanza Atlantica in tutto lo spazio ex sovietico.

Tutto Ucraina (forse)

Dunque, l’argomento è stato l’Ucraina, «il più grande boccone di quella che era l’Europa sovietica, teatro di un conflitto tra i centomila soldati russi che l’intelligence dell’Occidente dice schierati giusto oltre il confine, e le millantate basi e missili che da ogni angolo d’Europa marciano inesorabilmente verso est» (Zanini). «La Russia ha messo le sue preoccupazioni sul tavolo e siamo pronti a discuterle, ci aspettiamo che anche Mosca sia preparata a discutere le nostre e quelle dei nostri alleati, sulla base della reciprocità», ha spiegato un alto dirigente della Casa Bianca e riferisce RaiNews24.

Disgelo? (lessico da guerra fredda)

E l’interpretazione della chiamata, con tutte le incertezze del caso, è un’altra espressione da guerra fredda: il disgelo. Da settimane, russi e americani coinvolti in una escalation di messaggi spesso molto minacciosi. Un senatore americano chiede che il suo Paese non escluda un «attacco nucleare di primo uso». Insomma, colpire per primi, cancellando Mosca dalla faccia della terra. Mentre un ministro russo sostiene che «se l’Ucraina entra nella Nato sarà guerra». Sul fronte Nato (ironia Zanini), «il bellicoso leader della Nato Stoltenberg raduna i vecchi amici dicendo che solo i paesi della Nato decidono chi entrerà nella Nato», costringendo il solitamente moderato  ministro degli esteri Lavrov alla ripicca, sottolineando la ritrovata amicizia con la Cina, pronta la Russia a sostenerla sul nervo scoperto americano di Taiwan.

L’irragionevolezza del contendere

«Il tutto con una guerra più o meno conclusa (l’annessione russa della Crimea ucraina) e una guerra aperta nel Donbass parimenti ucraino, dove ‘patrioti russi’ o ‘terroristi’ , secondo punto di vista, sono ancora in armi. Dal 2014. Se non sono già disgelo, le telefonate certo lo sembrano».

Valutazioni politiche sperando

La chiamata di ieri chiesta da Putin ma con Biden pronto a rispondere, ha alle spalle un intenso lavoro preparatorio. Il segretario di stato Usa impegnato in consultazioni con Gran Bretagna, Francia e Germania. Putin ieri ha invece invitato Draghi a Mosca, complimentandosi con «l’efficace presidenza italiana del G20». Scadenza ineludibile e possibilmente decisiva, un incontro Usa-Russia il 10 gennaio a Ginevra, con i vice di Blinken e Lavrov a rappresentare i presidenti mandanti. Non meno importante il seguito in sede Osce, Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, e addirittura un incontro Russia-Nato.

Molta strada dal ‘Putin killer’

Molta strada sembra stata fatta dal marzo scorso quando Biden, presidente da tre mesi, disse in tv che Putin era ‘un killer’, «quasi una riedizione di quell’«impero del male» con cui Reagan bollò l’Urss di Andropov e mandò a catafascio anni di distensione», con una successiva mostruosa corsa agli armamenti.

Basta missili Nato alle nostre porte di casa

A metà dicembre, Putin ha recapitato a Biden il pacchetto di richieste russe, centrale che l’Ucraina non entrerà nella Nato, ennesimo missile atlantico puntato sulla Russia (come hanno già fatto Polonia, Romania, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Bulgaria, Lettonia, Lituania e Slovacchia). Geografia facile: oltre l’Ucraina, manca solo la Bielorussia del despota Lukashenko e poi la Nato sarà direttamente sui confini russi, annota ancora Roberto Zanini, con considerazione finale

‘Binding’, vincoli, impegni ad elastico

«Ora, quel vincolanti (binding) è un termine che gli Stati uniti detestano. Le istanze internazionali sono una via crucis di risoluzioni ‘non-binding’, dal clima all’uso di robot assassini, che gli Usa firmano e poi evadono con tranquillità. Dalla Ue solo parole a rimorchio («siamo con l’Ucraina») e attenzione a non disturbare. Ma la politica estera europea la fa la Nato, e non da oggi».

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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