Te lo faccio vedere chi sono io

Antonio Cipriani su Remocontro, 14 novembre 2021

Il barbiere anarchico, alchimista rurale, taglia i capelli con le forbici vere e la barba la fa col rasoio. Lo stesso che usa, affilato, per le sue disquisizioni filosofiche. Ieri sera, sistemando un baffetto sul volto rugoso di un contadino, ce l’aveva con quella particolare branca della politica internazionale, declinata con fervore anche nelle politiche nazionali e sicuramente in quelle locali, che sembra ispirata da una celebre canzone del grandissimo Piero Ciampi: te lo faccio vedere chi sono io, lascia fare a me. 

Il contadino immobile senza muovere un pelo, il barbiere con le forbici sospese davanti al suo naso. Gli avventori, poeti, ritardatari e qualche ex capellone pelato con codino, a chiedersi: in che senso? E lui, fregandosene sempre di meno del baffuto e del tempo impiegato dialetticamente: non la conoscete eh… ve la canto.

L’ha cantata tutta. E poi, sublime, ha spiegato che a fronte del mondo che stiamo distruggendo, i responsabili dello sfacelo sono anche quelli chiamati a trovare soluzioni a Glasgow. E le soluzioni per essere all’altezza della conservazione dei principi ispiratori dello sfacelo stesso, sembrano ogni volta più fantasiose, basate su promesse che nessuno potrà verificare. Vuoi una casa? Ti do un sottomarino e se non ti basta un transatlantico nel 2095. Lascia fare a me… dicono in coro. Tanto poi ci sono i media, i costruttori di emergenze e quelli di paure. I soldatini del cambiare tutto, come ogni cosa fosse una grande riforma epocale, ma senza rimuovere le basi semplici dell’ingiustizia. Basi inamovibili, ha concluso il barbiere.

Ardito, ma preciso. Così gli amici in attesa del taglio. E la serata è finita nel silenzio dello sforbiciare, ognuno a riflettere tra sé e sé… Questo il testo evocato dal barbiere. 

Una regina come te in questa casa?
Ma che succede?
Ma siamo tutti pazzi?
Ma io adesso sai che cosa faccio?
Che ore sono? Le undici?
Io fra, guarda, fra cinque ore sono qua
E c’hai una casa con quattordici stanze
Te lo faccio vedere chi sono io
E che sono quei cenci che hai addosso?
Ma che è, ma fammi capire
Ma senti, ma io, ma come! Tu sei la, sei la mia
E stiamo in questa stamberga coi cenci addosso
Ma io adesso esco, sai che cosa faccio?
Ma io ti porto una pelliccia di leone
Con l’innesto di una tigre
Te lo faccio vedere chi sono io
Senti, intanto però c’è un problema
Siccome devo uscire
Mi puoi dare mille lire per il tassì
In modo che arrivo
Più in fretta a risolvere
Questo problema volgare che abbiamo
Te lo faccio vedere chi sono io
Lascia fare a me
Lascia fare a me
Lascia fare a me perché
Ti devi fidare
Ma che cosa ti avevo detto, una casa?
Ma io sai che cosa faccio?
Ma io ti compro un sottomarino
Perché?
Se qui davanti a casa nostra quelli c’hanno la barca
E rompono le scatole
Io ti compro un sottomarino
Così, sai, li fai ridere tutti, questi, hai capito?
Intanto facciamo una cosa
Che fra cinque ore sono qua
Tu metti la pentola sul fuoco
Ci facciamo un bel piatto di spaghetti al burro
Mentre aspettiamo il trasloco
Poi ci ficchiamo a letto e te lo faccio vedere chi sono io
Ti sganghero
Te lo faccio vedere chi sono io
Te lo faccio vedere chi sono io
Sono un uomo asociale, ma sono un uomo che ti
Io non ti compro il sottomarino
Ti compro un transatlantico
Basta che tu non scappi, stai attenta che
Se scappi col transatlantico
Ti affogo nel, nell’Oceano Pacifico
Dai, dai, coricati, vai che ti sganghero
Te lo faccio vedere chi sono io, vai

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