Superare il bicameralismo perfetto o cancellare il Senato?

parlamento aulaPubblico con piacere un commento inviato da Ferdinando, con la sua proposta che condivido in toto. Aggiungerei, tra le competenze del Senato, le nomine degli organi e delle autorità di garanzia. Ho letto di una proposta di Chiti e altri senatori Pd che andrebbe in questa direzione e mi auguro che “faccia strada”, incrociando e correggendo radicalmente l’inciucio-riforma varato giorni fa dal consiglio dei ministri. Piaccia o non piaccia a Forza Italia o a quanti nella maggioranza puntano al presidenzialismo. Giocare con la Costituzione non è permesso – gli italiani lo hanno già chiarito con il referendum del 2006 – e fare del Senato un “dopolavoro” di amministratori locali non è il modo giusto di “cambiare l’Italia” . Perciò Renzi vada pure avanti se vuole e se può. Per quanto riguarda me e tanti altri, la storia della sinistra insegna che ci si può dividere per molto meno (nandocan).

da Ferdinando Longoni, 31 marzo 2014* – Ho letto con piacere l’intervista a Grasso comparsa su La Repubblica perché ho trovato conferma di quanto io, nella mia ignoranza costituzionale di non addetto ai lavori, vado ripetendo agli amici ormai da tempo.

La celerità è pienamente giustificata quando si tratta di provvedimenti di normale amministrazione, e non solo nei momenti di crisi. Anzi dovrebbe essere una costante sia dell’attività di governo, sia dell’attività legislativa, sia di quella giudiziaria. Sempre, non solo quando la casa brucia. La fretta invece, quando si vanno a toccare pilastri della casa comune, è solo segno di irresponsabilità
La motivazione economica per giustificare drastiche riforme delle istituzioni fa solo ridere, anzi arrabbiare. In un paese in cui l’evasione fiscale è stimata in 120 miliardi di Euro e la corruzione supera i 60 miliardi, giustificare la riforma del Senato (anzi, praticamente la sua cancellazione) su basi economiche è semplicemente offensivo dell’intelligenza degli elettori (almeno di quelli non contagiati dal berlusconismo e dal grillismo). Consiglio i sinceri fautori di questa baggianata di andarsi a vedere la legge di Pareto (o del 20/80).
L’altra motivazione, quella seria (o presunta tale), riguarda la governabilità del paese. Si dice che le istituzioni, così come sono, praticamente fanno solo danni, causati dalla loro endemica paralisi. Ma è colpa delle istituzioni o del materiale umano che le compone (meglio dire: le occupa)? Ricordo che le istituzioni previste originariamente dalla Costituzione sono quelle che ci hanno fatto uscire dal disastro della guerra e hanno consentito lo sviluppo sociale ed economico del secondo dopoguerra. Già, ma i tempi sono cambiati. E allora? Sono cambiati anche per gli USA e la loro costituzione è molto più datata della nostra, ma non risulta che gli Stati Uniti siano pervasi da un furore riformista.
De Gaulle, che certamente decisionista era, in occasione della nascita della V Repubblica francese, insistette perché, e ottenne che, fosse previsto un Senato come necessaria camera di decantazione dei provvedimenti legislativi (almeno di alcuni, i più importanti).
Qual è il problema? Anzi quali sono i problemi? Almeno due, imputabili alla forma di bicameralismo perfetto: la possibilità che le due camere presentino composizioni talmente diverse da non consentire la doppia fiducia a un governo (e qui dobbiamo ringraziare chi ha voluto cambiare le leggi elettorali, soprattutto con il porcellum); il ping-pong legislativo tra le due camere.
Occorre praticamente eliminare il Senato per risolvere il problema, eliminando un presidio di rappresentanza a favore di un’esigenza di governabilità? Secondo me esistono altre strade.
  • Per esempio, riducendo significativamente la completa simmetria delle due camere, ma lasciando due organi di rappresentanza popolare: la Camera dei Deputati per tutta la legislazione, il rapporto di fiducia con il Governo e la legge di bilancio (o finanziaria o di stabilità o come vi pare chiamarla); il Senato per l’approvazione (in seconda lettura, la prima sempre alla Camera)) delle sole leggi di carattere costituzionale e istituzionale (v. p. es., legge elettorale e riforme della Costituzione) e le leggi che hanno impatto sui diritti civili. La governabilità sarebbe facilitata (garantita mai, a meno di colossali truffe con premi di maggioranza o con un sostanziale bipartitismo – non bipolarismo – e/o ballottaggio). Per garantire la rappresentatività, da escludere liste bloccate, grandi o piccole che siano.
Ecco, su questi punti non sono disposto a firmare cambiali in bianco a nessun Cesare o Napoleone di turno. Sulla gestione ordinaria, tutta la mia disponibilità a non contrastare l’azione di governo , anche quando non condivido (ancora possibile non condividere?), ma sulle questioni fondamentali in cui si giocano le qualità democratiche NO. Non ho ancora messo il cervello all’ammasso. E non accetto la definizione di disfattista che comincia a circolare anche nei nostri circoli (del PD, intendo) per riferirsi a chi dissente. Mi ricorda qualcosa del passato, remoto e meno remoto.
*il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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