Sulla “coesione sociale”

Roma, 8 febbraio 2021- In un Paese politicamente diviso come il nostro, sarebbe già un successo ottenere la coesione sulle regole del confronto democratico. Ma tutt’altra cosa è pretendere di affidarla alle scelte politiche di un governo “con tutti dentro” che vada oltre l’ordinaria amministrazione. In un Parlamento che possa dirsi democratico, il confronto fra le rappresentanze di interessi in conflitto, tra una maggioranza e un’opposizione – per lo più rappresentate tradizionalmente alla sinistra, al centro o alla destra dell’aula parlamentare – non solo è inevitabile ma necessario.

Non ci sono soluzioni neutrali per questioni da sempre conflittuali come il perseguimento della giustizia sociale e di quella fiscale, il rapporto fra interesse pubblico e interessi privati, l’accoglienza o il respingimento degli immigrati, la lotta alla corruzione, la difesa dei diritti civili, dell’ambiente ecc. Eppure qualcuno vorrebbe che il Capo dello Stato non avesse soltanto, in base alla Costituzione, il potere di scegliere il Presidente del Consiglio, ma anche quello di evocare una maggioranza e addirittura l’unanimità della fiducia parlamentare. Un potere che – come sappiamo tutti, a cominciare da Mattarella – certamente non ha. Tanto più se si tratta, come in questo caso, di un governo chiamato dal “next generation” a decidere sul futuro del Paese come raramente è accaduto in passato.

Per una giustizia sociale, fiscale e ambientale

Sappiamo tutti anche che la pandemia e la disponibilità ottenuta dall’Europa di grandi risorse finanziarie (che dovranno comunque essere restituite dai cittadini nei decenni che verranno) erano state viste dal governo dimissionario come l’occasione per un cambiamento radicale del modello di sviluppo. In direzione di una maggiore giustizia sociale, fiscale e ambientale.

Ma davvero si può pretendere ora, dopo una crisi provocata ad arte da chi, non solo Renzi e il drappello di Italia viva, si è dimostrato ostile a quel cambiamento, che si risolva tutto nella ricerca di una coesione sociale? Davvero ci si aspetta che dalla parte di chi ha sofferto e soffre per l’aumento esponenziale delle diseguaglianze si concordi un programma politico di riforme con chi fino ad oggi queste diseguaglianze ha favorito e intende continuare a farlo? Con tutto il rispetto e l’ammirazione per il valore e il prestigio del Mediatore, anche la tecnocrazia ha dei limiti.

Realtà o fantasia?

Non hanno limiti invece l’entusiasmo e la fantasia dei commentatori politici nei giornali mainstream. Ne cito uno per tutti. Tommaso Ciriaco che, sulla Repubblica di oggi, si spinge fino a riferire, sulla partita in corso per il governo Draghi, “due schemi di gioco: il primo prevede venti ministri, il secondo ventiquattro. Nel primo caso, i politici in squadra sarebbero dodici: tre per il Movimento, due per PD,Lega e Forza Italia, uno a Italia Viva, Leu e centristi. Nel secondo, addirittura quattordici: tre per Movimento. Pd e Lega, due per Forza Italia, uno per Italia Viva, Leu e centristi”. Oddio, e se avesse ragione?

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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