Stati Uniti, dopo il rapporto del Senato sulle torture della Cia deve muoversi la giustizia

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Ringrazio il portavoce di A.I. per il commento a questo ennesimo documento di ipocrisia internazionale. A leggerlo, verrebbe da concludere che il mondo è ancora diviso tra Stati che torturano e invadono sventolando la bandiera dei diritti umani e Stati che lo fanno senza aggiungere spiegazioni o addirittura infischiandosene. Che cosa è peggio? Ma è certo che più crescono e si diffondono associazioni come Amnesty International, più aumentano le probabilità che gli uni e gli altri debbano pagarne un prezzo (nandocan). 

***di , 11 dicembre 2014* – L’estratto del rapporto del Senato Usa riguardante i metodi di tortura usati nell’ambito del programma segreto di detenzioni e interrogatori da parte della Cia, pur costituendo meno del 10 per cento della documentazione complessiva, contiene informazioni terribili sulle violazioni dei diritti umani perpetrate dagli Usa nella “guerra al terrore” decretata dal presidente George W. Bush dopo i crimini contro l’umanità commessi l’11 settembre 2001.

Il rapporto della Commissione ristretta del Senato sull’Intelligence (Ssci), descrive i metodi usati (tra cui il “waterboarding”, le finte esecuzioni, le minacce sessuali e altre forme di tortura o altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti) contro detenuti sottoposti a sparizione forzata nell’ambito del programma di rendition e detenzione segreta condotto dalla Cia dopo il 2001. Molte di queste informazioni erano di dominio pubblico, grazie alle denunce delle organizzazioni per i diritti umani, al giornalismo investigativo e all’azione di parlamentari coraggiosi, soprattutto europei, dato che molte sono state le complicità di cui gli Usa hanno beneficiato (il rapporto del Senato cita Italia, Lituania, Polonia, Regno Unito, Romania e Svezia). Ciò nonostante, nessuno ancora è stato chiamato a rispondere, negli Usa, di questi gravi crimini di diritto internazionale. L’accesso alla giustizia per le persone sopravvissute alla tortura è stato sistematicamente bloccato dalle autorità statunitensi adducendo il segreto di stato.

Il rapporto del Senato Usa dev’essere il punto di partenza, e non di arrivo. Non basta scusarsi e ammettere di aver “deviato dai valori americani”. Amnesty International chiede che venga pubblicato l’intero rapporto, con il minor numero di revisioni possibile, e che nessuna di queste oscuri le prove di violazioni dei diritti umani. Gli Usa ora devono facilitare l’accesso alla giustizia per coloro che hanno subito violazioni dei diritti umani e devono rendere disponibile tutta la verità sulle violazioni di diritti umani commesse dopo l’11 settembre.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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