Spese militari battono Pandemia: +2,6% in armi -4,4% in Pil

***da Remocontro, 27 aprile 2021

La spesa militare globale ha continuato a salire nel 2020, nonostante la pandemia di Covid-19, sfiorando i 2.000 miliardi di dollari, a fronte di una diminuzione importante del Pil mondiale. Lo rivela un rapporto dell’Istituto di ricerca internazionale per la pace di Stoccolma (Sipri).
L’anno scorso, la spesa militare sul pianeta è ammontata a circa 1.650 miliardi di euro, con un aumento del 2,6% anno su anno mentre il prodotto interno lordo globale è sceso del 4,4%.

Più armi dalla fine della Guerra Fredda

Nel 2020 e nella quotidianità drammatica di questo inizio 2021, mentre medici e infermieri negli ospedali di ogni angolo del mondo lottano per salvare la vita dei malati di Covid, in molti casi senza avere i respiratori per le unità di terapia intensiva, i governi di molti paesi investono 1981 miliardi di dollari per comprare altre armi. Alcune nazioni -poche- come il Cile o la Corea del Sud, hanno reindirizzato parte di quanto previsto per spese militari per rispondere alla crisi sanitaria. 

L’Ungheria di Orban, più creativa, s’è inventata l’aumento della spesa militare «come parte di un piano di stimolo in risposta alla Pandemia.

Le armi che non combattono il virus 

«Possiamo dire con certezza che la pandemia non ha avuto un impatto significativo sulla spesa militare globale nel 2020. Resta da vedere se i paesi manterranno o diminuiranno questi livelli durante il secondo anno di pandemia», spiega Diego Lopes da Silva, uno dei ricercatori del Sipri. Se la sua previsione, o l’auspicio, si avvererà lo vedremo tra un anno.

Usa e Cina spendaccioni armati

Chi ha speso di più in questo campo – sottolinea Diego Lopes da Silva, coautore del rapporto – sono sempre gli Stati Uniti, con un aumento del 4,4%, a 778 miliardi di dollari: il 39% della spesa globale. Tre anni di aumenti incoraggiati dalla presidenza Trump, anche se finora, osserva Da Silva – la nuova amministrazione Biden «non ha dato alcuna indicazione di tagliare le spese militari».
Dietro gli Stati Uniti figura la Cina, con il 13% della spesa militare globale

Classifica dei più nel peggio

L’aumento della spesa militare è stato il più significativo dal 2009, la fase più acuta della crisi finanziaria ed economica globale. I cinque maggiori investitori nel 2020 – il 62% a livello mondiale – sono stati Stati uniti, India, Russia, Regno unito e Cina. La spesa militare di Pechino è cresciuta per il 26esimo anno consecutivo – 252 miliardi di dollari – ed è la seconda dopo quella degli Usa.
«La continua crescita della spesa cinese è in parte dovuta ai piani di espansione e modernizzazione militare a lungo termine del paese, in linea con il desiderio dichiarato di mettersi al passo con le altre principali potenze militari» aggiunge Sipri.

Stati Uniti, record di morti Covid e di armi

La pandemia non ha frenato neanche la spesa militare degli Stati Uniti che ha raggiunto circa 778 miliardi di dollari, pari a un aumento del 4,4% rispetto al 2019: il 39% di quella totale nel 2020. E 12 paesi della Nato hanno speso il 2% in più del loro Pil per le loro forze armate. La Francia, ‘ottavo spender a livello globale’, ha superato la soglia del 2% per la prima volta dal 2009.

Alcuni segnali in controtendenza

Ma ci sono anche segnali in controtendenza, rileva Michele Giorgio, Nena News. Il Brasile travolto da virus e irresponsabilità politica, deve tagliare il budget militare iniziale. A sorpresa anche la Russia, seppure forte del suo Sputnik V, taglia quelle spese. E anche i paesi del Medio oriente, da anni tra i principali acquirenti mondiali di armi, hanno rallentato facendo registrare nel 2020 un meno 6,5% (Arabia saudita -10%) ma hanno comunque speso 143 miliardi di dollari, che è cifra da follia.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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