Siria: Rami al Sayed. Ucciso a 26 anni per il suo lavoro: il citizen journalism. Una proposta alla Fnsi

di Riccardo Cristiano, 13 settembre 2013

Rami_Al_SayedAveva ventisei anni e una bimba di poco più di un anno quando è morto. Si chiamava Rami al-Sayed, e le modalità della sua morte sono molto interessanti. Primo: è morto per “impedito soccorso”, sanguinava da tre ore nell’ospedale da campo di Bab Amro, sotto assedio da parte dell’esercito siriano “lealista”. Secondo: il video che documenta la sua morte indica che è stato ucciso con armi proibite. Terzo e forse più importante: è stato ucciso per il suo lavoro, il citizen journalism. Da solo aveva scaricato sul canale Youtube di sua proprietà ben ottocento video che documentavano e documentano la ferocia dei bombardamenti, delle esecuzioni, delle devastazioni causate dalla guerra scatenata contro il popolo siriano non oggi, ma nel 2012.La sua morte, qui da noi, ha fatto notizia: non come quella -drammatica- dei giornalisti europei che perirono nell’assedio medievale di Bab Amro, ma ha fatto notizia. Ora è dimenticata, come la stessa carneficina di Bab Amro. E’ istruttiva la battaglia di Bab Amro. La giornalista francese, collaboratrice di Le Figaro, disse che gli insorti locali la trattarono bene, la curarono per quanto fosse loro possibile. Poi fu trasportata da qualcuno, al rischio della sua vita, fuori da quell’inferno. Strani tipi questi terroristi…

Bab Amro, per chi non lo ricordi, è il quartiere di Homs, città sunnita, città insorta e città strategica nella mappa siriana, soprattutto nella prospettiva di una sua possibile partizione, quella della quale magari si parlerà a fine mese a Ginevra. Ma torniamo a Rami al-Sayed. Quella tragedia, che è di appena un anno fa e che è riuscita a lambire financo le nostre coscienze, è stata documentata soprattutto da lui, da un giovane di 26 anni. Chi domani cercherà di cancellarla, dovrà prima cancellare gli ottocento video che il ventiseienne Rami al-Sayed ha scaricato sul canale Syrianpioneer. Un documento di eccezionale importanza per il giornalismo di tutto il mondo.

Ora che l’ONU certifica che l’esercito del Sig. Bashar al-Assad spara contro gli ospedali, dunque contro medici ma soprattutto contro feriti,e che ha usato le armi chimiche contro il suo popolo, propongo (raccogliendo una indicazione indiretta in tal senso dell’amico Shady Hamadi) che nell’approssimarsi del secondo anniversario dal barbaro assassinio di questo giovane collega, che cade alla fine di febbraio 2014, la Federazione della Stampa Italiana, magari d’intesa con altri Federazioni e organizzazioni del giornalismo, istituisca un premio internazionale Rami al-Sayed.
Essere per la pace, come sono i giornalisti, vuol dire anche ricordare chi ha documentato gli orrori della guerra, sperando che serva a evitare che si ripetano. A giudicare da quel che accade non va così, ma noi non dobbiamo rinunciare. Nè alla speranza, né alla testimonianza.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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