Siamo meglio di così. Forse dovremmo far votare solo chi partecipa alle attività di partito

Pd bandiere

In questo bell’articolo di Liliana Grasso un’analisi lucida e costruttiva di quanto le cronache quotidiane raccontano del vergognoso bisticcio tra le correnti per il congresso Pd, ma soprattutto un invito a costruire il futuro, l’unico possibile, a partire dalla base. Non è un problema di leadership. Il rinnovamento verrà dagli elettori e dai circoli o non verrà affatto (nandocan)

di Liliana Grasso, 5 novembre 2013* – Siamo meglio di questa rappresentazione quotidiana di noi stessi, che descrive i congressi solo come lotta tra detentori di tessere, visione di cui siamo responsabili e alla quale i giornali hanno dato voce perché, imbrigliati nelle nostre contrapposizioni interne, non siamo stati in grado di raccontare altro.

Nel viaggio in Italia con Fabrizio Barca abbiamo toccato con mano che siamo molto meglio di così.
Certo, so che è ancora tutto in fieri, ma in questi mesi in cui ho avuto il privilegio di poter leggere milioni di parole scritte dai protagonisti del partito dei territori, centinaia di documenti, lettere, domande, idee, progetti, risposte, critiche fondate e dubbie (link 1 – link 2), ho acquisito la consapevolezza che siamo meglio di così.

Abbiamo capacità di analisi, abbiamo una visione di futuro per i nostri territori e i saperi per attuarla. Sappiamo coinvolgere una comunità attiva.

Possiamo costruire futuro. Ci sono le persone, le capacità, i talenti e le intelligenze per farlo.
E in questi giorni in cui in tutta Italia si stanno tenendo i congressi, anziché riflettere su una nuova “primavera” di partecipazione politica, sul rifiorire del dibattito che parte dalla base, il caos sul tesseramento rischia di far implodere il congresso del Pd ancora prima che entri nel vivo. Storie di code anomale ai seggi e percentuali abnormi di nuove tessere si moltiplicano, insieme a scambi di accuse incrociate tra candidati.

Quello che dovrebbe essere il momento più alto di democrazia e di partecipazione di una forza politica, un impegno collettivo, dal quale far emergere, finalmente cristallina e definita, la linea politica del partito, non si può trasformare in una volgare conta delle tessere, tra veleni di parole scritte e accuse reciproche, che tratteggiano dibattiti tenuti di fronte a pochi iscritti, seguiti da votazioni cui invece partecipano file di decine e decine di tesserandi in gran parte sconosciuti alla militanza.

Forse per evitare questa degenerazione sarebbe stato sufficiente accettare la proposta di Fabrizio Barca che per votare il Segretario si dovesse essere “partecipanti” (iscritti o meno) alle attività del partito. In alcuni luoghi del partito siamo lontani anni luce da questo livello di trasparenza e dobbiamo interrogarci sul perché.

La buona politica si pratica anche dando la possibilità al partito nei territori di essere propulsivo nel rinnovamento dell’intero Partito democratico. Per questo occorre, ora, individuare i migliori segretari cittadini e provinciali, che conoscano il lavoro dei circoli, che garantiscano competenze, autorevolezza, capacità di aprire il partito. Che sappiano, con il loro impegno quotidiano, liberare il partito dalla pratica letale delle correnti.

Tutto il resto sono parole al vento.

In questi mesi abbiamo visto una preziosa partecipazione di base, di chi lotta ogni giorno sui territori, dei Giovani Democratici, ancora troppo soffocati dalla rete di autoreferenzialità del nostro gruppo dirigente, di militanti delusi ma incrollabili. Sono queste forze innovatrici, distribuite in tutto il Paese, che dobbiamo mettere al centro del nostro progetto di Pd.

Una delle rappresentazioni più evidenti dei problemi che ci tormentano e di cui la polemica delle tessere gonfiate è l’ennesima cartina di tornasole, una delle denunce che più frequentemente abbiamo raccolto dalle donne e uomini del Pd è che il partito, in alcune (troppe) parti d’Italia, è ancora in mano a “capibastone”, che tendono a escludere o limitare al mero piano formale, ogni momento partecipativo e riducono la dialettica politica ad una trattativa tra potentati per la spartizione delle cariche. Mentre dovrebbe essere nelle mani di “mobilitatori dell’energia collettiva e cognitiva” diffusa nella nostra società.

In questo viaggio fra le mille realtà del Pd sul territorio, ci siamo confrontati con un partito che, almeno nella sua base, sta profondamente cambiando in direzione di un “Partito separato dallo Stato”, del “partito palestra” che apre i suoi circoli a chiunque abbia voglia di discutere costruttivamente, ed è sempre più palpabile, tra la gente del Pd, la voglia di trovare veri strumenti di partecipazione, di darsi un metodo moderno di confronto – acceso, regolato, aperto all’apporto dell’associazionismo esterno, condivisibile sulla Rete. Questo spirito di partecipazione, questo desiderio di tornare a parlare delle cose della politica, che anima la nostra gente, viene sistematicamente frustrato ogni volta che viene loro chiesto di prendere atto, passivamente, di decisioni prese altrove, in caminetti cui non sono mai invitati.

Il partito che sa includere i semplici cittadini e i cittadini attivi, il mondo delle associazioni, i luoghi di produzione della cultura, dei saperi, le filiere produttive, i luoghi più veri e vicini della società, che attendono solo un momento di apertura vera per portare il loro contributo, c’è, esiste, lo abbiamo incontrato nel viaggio, è il partito di Raffaele Donini a Bologna, di Pietro Bussolati a Milano, del circolo tematico Copernico di Cagliari, di Giusy Versace giovane segretaria del Pd di Bagnara, e di molti altri ancora.

Esempi differenti fra loro, per identità politica e geografica e per dimensione territoriale, che hanno in comune la costruzione di piattaforme programmatiche innovative e partecipate, che si cimentano su questioni territoriali strategiche, circoli aperti e in rete, organismi di direzione snelli, capaci di svolgere un ruolo reale di indirizzo del partito, l’utilizzo della Rete come una piazza virtuale da abitare di contenuti, in relazione stretta con i circoli locali del Pd, consentendo di allargare il coinvolgimento degli iscritti e di tutti coloro che intendono essere parte attiva, referendum tematici per scegliere sui temi più delicati che li riguardano direttamente e verifica dei risultati ottenuti per rendere conto di ciò che si sta facendo.

Non dobbiamo commettere l’errore di escludere o dare per scontato questo patrimonio di processi di sperimentazione democratica, per coinvolgere e per decidere, che sono già in atto.

Perché la strada della mediazione politica “preventiva”, sia pure di alto livello, rischia di fare tabula rasa di questo importantissimo contributo di proposte innovative, di reale ed aperto confronto, che solo un vero processo di partecipazione democratica è in grado di fare emergere.

Se si rinuncia a priori al confronto, se si disinnesca il circuito virtuoso di proposte alternative che sono il sale del contraddittorio tra le diverse posizioni, se si rinuncia alla dialettica “io-tu”, per nascondersi dietro un “noi” preconfezionato, si perde l’opportunità di consentire alla base del nostro partito di esprimere un indirizzo politico “insieme”. In una parola, si perde la funzione principale di un partito. E noi sappiamo fare meglio di così.

* dalla newsletter di Fabrizio Barca, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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