Si ferma il Brancaccio ma la parola resta ai cittadini

***Roma, 14 novembre 2017. – Con dispiacere molti di noi hanno letto ieri sul sito dell’Alleanza Popolare per la democrazia e l’uguaglianza, una lunga spiegazione di Tomaso Montanari dei motivi per cui il cammino avviato il 18 giugno scorso al teatro Brancaccio di Roma viene interrotto dagli stessi promotori e la grande assemblea nazionale convocata per il 18 novembre viene annullata. La motivazione, in sintesi, è che “quella che doveva essere una bella assemblea civica e programmatica rischia di trasformarsi in uno scontro tra partiti” e “in questo clima esasperato, l’organizzazione leggerissima su cui possiamo contare ci avrebbe impedito di garantire un andamento democratico e sicuro di questo incontro cruciale”.

Ma c’è di più. “Le scelte dei vertici dei partiti che avevano aderito al percorso (opposte nella direzione, ma simmetriche: e accomunate dal totale disinteresse per un processo trasparente, democratico e partecipato) – aggiungono Montanari e Falcone- rendono ormai comunque irraggiungibile l’obiettivo dichiarato e unico dell’appello di giugno, e di tutto il nostro impegno: la creazione di una lista unica a sinistra davvero innovativa e non solo partitica”. D’altronde il rischio di perdere una scommessa certamente ambiziosa era già stato messo in conto dallo stesso Montanari nell’affollatissima manifestazione di inizio estate. Una lista comune della sinistra alternativa al Pd in grado di raggiungere alle elezioni politiche del marzo prossimo una percentuale di voti a due cifre – questo l’obbiettivo dichiarato – non era facile da ottenere senza un accordo preventivo del popolo dei comitati per il NO con i partiti tradizionali.

Un conto infatti è mettere insieme qualche centinaio o migliaio di cittadini in cento piazze d’Italia, un altro conto mobilitare una fetta di elettorato di quelle dimensioni. La democrazia partecipata costa. Sacrifici di tempo e denaro. Chiede pazienza e determinazione, ciò che è sempre stato difficile ottenere dall’elettore medio. Affollare un teatro non basta, tanto più che anche tra il pubblico che affollava il Brancaccio la grande maggioranza era già stata probabilmente impegnata nella politica attiva, militanti delusi del Pd o di uno dei tanti partiti e movimenti della sinistra radicale. Quanto all’elettore apolitico, difficile che non fosse già tra gli sfiduciati dell’astensione o reclutato dalla protesta dei Cinquestelle. La galassia delle associazioni è certamente vasta, ma chi come me ne fa parte sa bene quanto sia difficile anche soltanto riempire la sala di un convegno o di una conferenza.

I bravissimi Montanari e Falcone si aspettavano forse che gli scissionisti vecchi e nuovi del PCI- PDS-DS prima e del Pd poi avrebbero rinunciato a muoversi autonomamente in vista delle elezioni politiche, per sciogliersi nelle cento piazze da loro convocate e infine nella grande assemblea popolare del 18 novembre. Questo passo indietro non c’è stato né poteva esserci, anche se tutti hanno considerato preziosa l’iniziativa avviata al Brancaccio, non soltanto per l’aiuto dato alla mobilitazione dei cittadini ma anche per i contributi di idee e di proposte offerti al programma. Perché Montanari e Falcone chiedevano altro. Intendevano “includere i partiti in un progetto su base civica. Avevamo – ha precisato il professore nell’intervista di oggi al Fatto Quotidiano – delle richieste precise, tra cui far scegliere candidatura e leader alle assemblee. E una serie di condizioni: tenere nelle liste almeno il 50 per cento di persone mai state in Parlamento, e il 50 per cento di donne. In più, avremmo proposto a una libera assemblea di non candidare chiunque avesse avuto incarichi di governo”.

Il conseguimento di una lista comune di tutta la sinistra richiedeva da parte di tutti gli interessati all’impresa non solo la buona volontà che in parte è mancata, ma soprattutto compiti di mediazione e coordinamento che era difficile delegare a collettivi più o meno improvvisati. Ciò non toglie che la spinta del Brancaccio abbia comunque già prodotto dei risultati nella ricerca di una nuova sinistra italiana. “Io non mi arrendo – ha dichiarato oggi Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana, intervistato da Il Fatto Quotidiano – penso ci siano ancora le condizioni per un campo comune, visto che condividiamo la stessa prospettiva politica”. Le nostre liste unitarie usciranno – assicura Fratoianni – da “un percorso aperto a tutti: 100 assemblee in tutte le province del Paese. Per partecipare basta condividere il documento politico che abbiamo scritto insieme…sono sicuro che il Brancaccio sappia far pesare la sua voce”.  E a marzo quelle liste verranno comunque giudicate dai cittadini. I leaders di MdP, SI, Possibile e delle altre organizzazioni che aderiranno alla coalizione non saranno – io credo – così autolesionisti da far prevalere una spartizione di posti sulle attese di rinnovamento della rappresentanza politica che infiammavano la platea del Brancaccio.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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