Se Renzi apre la crisi

Roma, 3 gennaio 2020 – Dipende da Renzi. Non solo la sopravvivenza del governo Conte ma anche il via ad un governo alternativo. “Purché Conte si faccia da parte e non venga fuori un altro 5S, fosse pure Di Maio”, cita Carmelo Lopapa sulla Repubblica di oggi. Che tutto questo venga affidato al partito del senatore toscano col tre per cento scarso di consenso nei sondaggi, a me pare scenario tra i peggiori della prima repubblica.

Ha fatto bene Conte finora a lasciar cuocere Renzi nel suo brodo di slogan rissosi e declamatori. Tentando piuttosto di rinsaldare i rapporti con il Pd e la vasta parte ragionevole del Paese che, nel cuore della battaglia contro la pandemia, non vuol sentir parlare di crisi o voto anticipato. Dentro oppure fuori della sinistra e dei Cinquestelle.

Vada allora Conte, come ha annunciato, in Parlamento e chieda conferma della fiducia che anche oggi i sondaggi gli riconoscono. Ma senza appelli retorici, annunci astratti di riforme e distribuzione di incentivi a pioggia per riprodurre un passato di vecchie e nuove diseguaglianze. Né con una “sintesi politica” disposta a mediare tutto il possibile, senza prendere atto del fallimento di un modello neoliberista di finta “crescita” tuttora caro al centrodestra.

Chieda il premier la fiducia del Parlamento e del Paese su un programma coerente di politica economica e di investimenti concreti per la “nuova generazione”. Un progetto, per gli anni venti e oltre, che ponga termine alla navigazione a vista praticata da ben prima della pandemia. Un programma orientato a garantire quella giustizia sociale, fiscale e ambientale fino ad oggi troppe volte soltanto annunciata.

E se Renzi apre la crisi?

Se Renzi apre la crisi, “meglio elezioni anticipate” scrive Marnetto nell’articolo che segue. Anche, aggiunge, “correndo il rischio che vincano le destre”. Non sono d’accordo. Quella delle elezioni anticipate in questo momento sarebbe una scelta più avventata che avventurosa. Un autogol che non potremmo mai perdonarci. Provate a immaginare la gestione dei vaccini e dei fondi europei per la “nuova generazione” affidata alle cure di una destra sovranista (e in buona parte razzista). Uno scenario penoso sia per l’Italia che per l’Europa.

Mi sbaglierò ma a me pare una minaccia ben più grave di quella rappresentata dall’appoggio esterno di senatori “responsabili”, centristi o del gruppo misto. Il prezzo da pagare non sarebbe probabilmente più caro di quello già pagato con la burrascosa presenza in maggioranza dei renziani di “Italia viva”. Inoltre, diversamente da Marnetto, non sono affatto sicuro che “l’apprezzamento personale capitalizzato dal Conte” possa valere a scongiurare la vittoria delle destre quando gli elettori non sono ancora in grado di valutare i risultati positivi dell’attuale governo.

Scenari

***di Massimo Marnetto, 3 gennaio 2020 – Appena svanito l’invito di Mattarella ad essere “costruttori”, ritorna al lavoro il Rottamatore. Renzi non cede: o ottiene tutte le modifiche al Recovery Plan chieste o ritira l’appoggio al Governo Conte. Che potrebbe sopravvivere, se trovasse parlamentari da asporto per sostituire quelli italo-vivi, ma certo non risolvendo la dipendenza da una minoranza. Proprio mentre deve spendere tutte le sue energie per uscire dalla pandemia e programmare l’investimento credibile dei fondi europei.

Meglio elezioni anticipate? A questo punto, sì. Il prezzo sarebbe alto: un fermo politico di almeno un trimestre, solo in parte ovviabile con l’ordinaria gestione. Ma il vantaggio appare maggiore: liberarsi di Renzi e del suo potere d’interdizione, senza imbarcare responsabili ambidestri. Certo, correndo il rischio che vincano le destre, vista la debolezza dei 5 Stelle ridimensionati e in cerca di identità, e di un PD ancora infiltrato e debilitato da renziani in ruoli di spicco.

Ma c’è da tener presente che Conte ha capitalizzato un apprezzamento personale altissimo. Che potrebbe mettere a disposizione di un’ampia area progressista, se questa lo riproponesse come premier. Il “costruttore” di un vasto piano per il rilancio del Paese, senza più gli ostruzionismi  di Renzi. Che finalmente – liberatosi della salma di Italia Morta –  potrebbe fare il suo outing di uomo di destra e cercare in quel versante un ruolo. Magari come il delfino che B. ha sempre intravisto in quel giovane così avverso all’art.18, ricambiato dalla sua  “profonda stima” fin dal loro incontro in villa. 

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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