Se non noi, chi?

Il convegno tenuto da Gi.U.Li.A. con Corriere della Sera, Milano 26 settembre 2014Da Gi.U.Li.A , associazione delle nostre colleghe, l’ invito pressante a coniugare al femminile mestieri e professioni esercitate dalle donne. Si cominci da subito, a cominciare dalle giornaliste stesse, a fare qualcosa di fronte al sistematico occultamento dei ruoli delle donne nella società. Magari a qualcuno sembrerà un inutile formalismo, a me no. La foto è del convegno tenuto da Gi.U.Li.A. con Corriere della Sera, Milano 26 settembre 2014 (nandocan)

*** di Laura De Benedetti (da Giulia.globalist.it)Un uomo si farebbe mai chiamare operaia, contadina, infermiera o maestra? No. Non solo: gli esempi citati sono la dimostrazione che, quando le donne hanno fatto il loro ingresso nel mondo del lavoro, la professione è stata correttamente coniugata al femminile, come prevede la lingua italiana. Già nel 1987 la linguista Alma Sabatini, scrivendo per il Governo le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, spiegava che il femminile di sindaco è sindaca cosi come la Chiesa nel Salve Regina parla della Madonna come di ‘avvocata nostra’ e Dante (ma si potrebbero citare anche Boccaccio e Foscolo) nella Divina commedia parla di “la ministra De l’alto Sire infallibil giustizia”.

Eppure, forse di pari passo con la scomparsa del femminismo battagliero degli anni ’60 e ’70, man mano che le donne conquistavano ruoli di sempre maggior prestigio, il meccanismo si è inceppato: la professione al maschile è simbolo di potere e sono le donne stesse, spesso, a non volerla tradurre nel proprio genere. Eppure ciò che non ha nome non esiste. Ma direi di più. Nel mio romanzo poliziesco ‘Il giusto mondo’ ho utilizzato il linguaggio al femminile, applicandolo anche per le forme neutre (ribaltando la lingua italiana che prevede il maschile inclusivo) dimostrando che, automaticamente, gli uomini scompaiono dallo sfondo, non esistono se non quando espressamente citati. Proprio come avviene oggi per il genere femminile anche se, in proposito, la consapevolezza è quasi nulla.

Cosa possiamo fare? Siamo noi giornalisti, lavorando con le parole, a dover correggere questa anomalia. Più che promotori di una rivoluzione culturale, saremmo una sorta di idraulici chiamati a sturare un lavandino lessicale ingorgato da troppe parole inappropriate, scorrette, culturalmente ancorate alla società patriarcale in cui viviamo, per lasciare che la nostra lingua torni a scorrere chiara, fresca, dolce come l’acqua della nostra letteratura. Senza più sessismi verbali, che siano volontariamente misogini oppure no. Senza più interpretazioni soggettive che creano effetti imbarazzanti nei media. È importante che si sia presa coscienza di questo lavoro imprescindibile e l’Ordine dei giornalisti lombardo abbia tenuto un primo corso di aggiornamento professionale su linguaggio e stereotipi nei riguardi delle donne dal significativo titolo: “Le parole tradite”.

In ogni caso riportare la parità di genere nella lingua italiana non è difficile. E se si hanno dubbi si possono consultare sia le storiche ‘Raccomandazioni’ della Sabatini, disponibili online, sia il prezioso e aggiornato manualetto ‘Donne, grammatica e media” della linguista Cecilia Robustelli edito da GiULia giornaliste col patrocinio di Ordine (anche nazionale), Inpgi (previdenza giornalisti) e Fnsi (Federazione stampa) il sostegno di Snoq (Se non ora, quando?) Donne e Informazione e Commissione Pari opportunità del sindacato Usigrai. Mutuando altre citazioni chiedo a colleghi e colleghe giornalisti: “Se non noi, chi?”.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: