Se la giornata mondiale del rifugiato cade di venerdì

Arriva in tarda mattinata e scopre che non può ancora prendere fiato, che l’apnea non è finita. Scopre che di venerdì gli uffici dell’aeroporto che si occupano dei “dublinati” sono chiusi. Scopre che è costretto ad altri tre giorni di detenzione forzata dentro l’aeroporto perché chi si deve occupare di lui tornerà il lunedì successivo. Scopre che per bere e mangiare dovrà arrangiarsi e che per tre notti dovrà dormire su delle luride poltroncine di finta pelle sfondate.

Su quelle stesse luride poltroncine hanno dormito centinaia, o forse migliaia di “dublinati” prima di lui, anche loro arrivati di venerdì nel nostro paese. Scatta una foto con il segno di vittoria, ma è sicuro di aver perso. Scrive in un messaggio che se quello è ciò che Dio gli ha riservato, allora è pronto ad accettare il suo destino. Aggiunge, però, che non vede la sua famiglia da troppo tempo e che il suo secondo figlio nato da tre mesi non lo ha mai visto, pensava sarebbe nato cittadino olandese e invece è nato in Libia. Aggiunge che, per favore, qualcuno gli faccia la grazia di farlo tornare indietro, in Siria, perché non ne può più. Poi ci ripensa, cerca di orientarsi e di capire dove si trova. Poi, di nuovo, cade nello sconforto.

Il nostro amico crede di aver perso la sua scommessa con la vita e io non so come tirarlo su, non so più cosa dirgli per farlo continuare a resistere. Mi attraversa un senso di impotenza devastante di fronte ad una ingiustizia colossale che mi fa pensare di averla persa anche io questa scommessa. So che l’hanno persa certamente l’Italia e l’Europa che alla parola “accoglienza” dovrebbero dare ufficialmente un nuovo significato. Perché Italia ed Europa i rifugiati, chi scappa da guerra e persecuzione, li trattano come numeri, come pacchi, anche nel giorno in cui li celebrano insieme al mondo intero.

*il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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