Se il Censis detta la linea politica

Beh, diciamo che una linea politica, attraverso un’ interpretazione attenta e talvolta anche sbarazzina del comportamento degli italiani, il Centro studi investimenti sociali, fondato nel 1964 dal sociologo Giuseppe De Rita, ha sempre provato a darla. Che poi i suoi veri clienti, che sono gli apparati centrali e periferici dello Stato, l’abbiano davvero seguita, è un altro discorso. Ma Il Censis ha sempre goduto di un certo credito da parte dei giornalisti. E nella seconda metà degli anni sessanta tutta la redazione del settimanale Tv7, di cui facevo parte, aveva addirittura degli incontri periodici con i suoi ottimi ricercatori,  per programmare e documentare i temi principali delle nostre inchieste televisive (nandocan)  

Sicilia Antonio***da Antonio Sicilia, 5 dicembre 2014 – L’ analisi del Censis, tracciata nel 48° Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2014, mette i brividi.
In quest’analisi non ho soltanto trovato uno specchio fedele del Paese, ma una chiave di lettura interessante per interpretare il dilagante astensionismo.

Si parla di un Paese che attraversa una “profonda crisi della cultura sistemica”, dove vige assoluto il “bado solo a me stesso”, a scapito della coesione sociale.
La sollecitazione con cui il Censis conclude il “rapporto”, è involontariamente l’unico antidoto all’astensionismo:

“…Occorre una crescita della politica come funzione di rispecchiamento e orientamento della società, come arte di guida e non coazione di comando, riprendendo la sua funzione di promotore dell’interesse collettivo…”

E se il Censis detta la linea politica, significa che il filo che lega la politica alla realtà è seriamente lacerato.

Qui trovate una sintesi fedele dell’intero Rapporto:

http://www.repubblica.it/economia/2014/12/04/news/rapporto_censis-102141895/

Cosa ne pensate?

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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