Salviamole, queste vite umane, ma solo se stanno per affogare.

Roma, 30 Aprile 2017 – Che siano veri o no questi presunti contatti con i cosiddetti “scafisti”, a  me sembra chiaro che la campagna di accuse contro le Ong si stia rivelando una montatura, con due obbiettivi principali: 1)quello di guadagnare voti per le forze politiche che speculano sulla paura e sull’odio per i migranti, 2) per i borghesi “moderati” quello di ridurre cinicamente insieme al numero dei salvataggi in mare l’impegno finanziario e logistico necessario per l’accoglienza. Ma solo chi chiude gli occhi di fronte alle terribili situazioni che portano i migranti ad ammucchiarsi su quelle zattere di gomma può credere che i presunti contatti con qualche Ong  possano “incoraggiare”  il traffico dei nuovi schiavi. Non ci sono più scafisti sulle imbarcazioni e i trafficanti restano a terra, difficilmente individuabili tra la popolazione locale.
La partenza delle barche è sempre segnalata su Facebook, ha spiegato in tv il poeta scrittore napoletano Erri De Luca, reduce da un  viaggio sulla nave dei Medici senza Frontiere. E quella partenza dall’inferno libico, prima o poi, avverrà comunque, perché i migranti non hanno alternative. Renderla più difficoltosa potrebbe solo accrescere le probabilità di un naufragio. E’ questo che si vuole? Chissà, forse sì. Certo non dall’improvvido procuratore di Catania e neppure da Frontex, che in parte smentendolo ha negato di avere mosso accuse di qualsiasi genere alle organizzazioni non governative, non  solo Medici Senza Frontiere o Save the Children ma le altre. L’assenza di corridoi sicuri creati da queste ultime potrebbe risultare gradita a  chi sulla stampa e in tv specula oggi sui “sospetti” gridando allo scandalo. Quanto al ministro degli esteri Alfano, schierato “al cento per cento” a fianco del procuratore Zuccaro, negli anni scorsi come responsabile del Viminale avrebbe  pur dovuto sapere qualcosa sul fondamento di quelle accuse alle Ong. Insinuazioni del resto così generiche che, anche se confermate con l’aiuto della nuova normativa proposta da Di Maio, potrebbero tutt’al più coinvolgere qualche marinaio, senza minimamente ridurre importanza e utilità oggettive del compito svolto da quelle navi. 
Certo, sarebbe meglio che ai “corridoi sicuri” provvedessero gli Stati, come ha fatto l’Italia con “Mare Nostrum”, ma così non è. Per quei gommoni riempiti all’inverosimile, attrezzati con motori di scarsa potenza,  è già un’impresa arrivare al limite delle 12 miglia di acque territoriali riservate alla sorveglianza della guardia costiera libica. E più le navi delle ONG riescono ad avvicinarsi a quel limite, maggiore è la speranza per i migranti di giungere salvi, se non sani, sul continente europeo (perché l’approdo finisca per essere sempre solo quello italiano, questo sì andrebbe chiarito). Ma secondo Salvini e la Lega, vorrebbe dire non salvarli, ma traghettarli in “taxi” fino a destinazione senza correre rischi. In altre parole, solo se  i gommoni fossero costretti a  proseguire per almeno un centinaio di miglia fino a dove incrociano le marine militari nel mezzo del Mediterraneo, il rischio del naufragio sarebbe più evidente, così da poter dare agli elettori  impauriti dagli sbarchi la certezza che si tratta davvero di “salvare delle vite umane”
“Aiutiamoli sul posto”, è il mantra ripetuto da chi, come i leghisti e non solo, non ama la parola accoglienza.  Magari, ma gli aiuti costano. Così avviene esattamente il contrario. Un terzo degli investimenti destinati lo scorso anno agli aiuti allo sviluppo sono stati dirottati a coprire le spese per l’accoglienza e il salvataggio in mare. Ad aiutarli sul posto, di fatto, sono quasi esclusivamente le grandi Ong, come Medici senzaFrontiere, appunto, sfidando col contributo dei donatori privati non solo il rischio di essere aggredite da terra o bombardate dall’alto nei piccoli ospedali da campo improvvisati, ma anche la difficoltà quotidiana di operare in territori socialmente e politicamente instabili, come il Sud Sudan, la Siria, lo Yemen, o l’Eritrea.
Quanti hanno sentito parlare della fuga di questi ultimi giorni da Kodoc, in Sudan, di 25mila abitanti? Chi ci spiega l’origine degli scontri che hanno costretto a partire centinaia di migliaia di donne, uomini, bambini, gli stessi che tanti di noi considerano una minaccia alla nostra sicurezza e al nostro benessere?  “Ci troviamo di fronte a un potenziale disastro, i bisogni sono enormi”, ha dichiarato tre giorni fa Marcus Bachmann, capo missione di MSF in Sud Sudan. “Gli ospedali nell’area non sono funzionanti e le forniture d’acqua non sono sicure. Due giorni fa gli sfollati non hanno avuto accesso ad acqua potabile per via dei combattimenti. A causa dell’esposizione al caldo torrido e agli agenti atmosferici, ben presto la popolazione soffrirà di disidratazione cronica e diarrea, ma anche di malattie come il colera”.
 “E’ questione di qualche mese e molte di queste persone le troveremo a Lampedusa – ha commentato la dichiarazione il mio amico Massimo Marnetto – Con i Salvini a sbraitare sull’invasione, i 5 Stelle ad accusare le Ong di eccesso di legittima pretesa nel salvare i naufraghi, i mercanti dell’accoglienza appaltata pronti a sfregarsi le mani per nuovi business. Ma nessuno che faccia qualcosa di serio – con piani, fondi e azioni –  per sedare i conflitti che generano i flussi di migranti. E’ questo il punto che in pochi capiamo: cercare una soluzione quando i profughi sono già in mare è troppo tardi. O c’è un impegno su scala sovranazionale per sedare le violenze sanguinarie che generano sfollati, soprattutto in Africa (ma non solo), oppure ogni altra soluzione, ripartizione, reclusione non funzionerà. Insomma, l’emigrazione è un problema da “caschi blu”, non da camicie verdi”.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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