Rispunta la pista della criminalità per l’omicidio Regeni, la verità si allontana

 

Ma se pensiamo alle difficoltà che incontra la ricerca di una verità giudiziaria per alcuni casi italiani, che cosa mai ci possiamo aspettare dalle promesse di cooperazione del governo egiziano? Giusto e doveroso continuare a “chiedere verità e giustizia per Giulio”, ma è chiaro che meno credibili si fanno  le spiegazioni fornite in Egitto, più traspare la volontà da parte di quel governo di mettere tutto a tacere. Quanto alle pressioni esercitate da Europa e Stati Uniti per il rispetto dei diritti umani, sappiamo bene quanto poco siano destinate a contare, specie nel quadro geopolitico attuale del medio oriente, sulle decisioni importanti della nostra diplomazia (nandocan).  

***di , 24 marrzo 2016 – La nebulosa egiziana sull’omicidio di Giulio Regeni, una galassia interminabile di misteri, depistaggi e falsità, si allarga sempre di più con nuovi elementi che a tutto portano tranne che alla verità sulla morte del ricercatore italiano. Nonostante il Cairo abbia ripetutamente garantito al nostro governo e alla famiglia di Giulio la massima collaborazione, a due mesi dalla sua scomparsa siamo ben lontani da qualsiasi forma di cooperazione giudiziaria.

Mentre il presidente Abdul Fattah al Sisi da corso all’annunciato rimpasto di governo con la sostituzione del ministro della Giustizia Ahmed El Zend, figura divenuta scomoda, con un suo fedelissimo, Adel al Shorbagy, già viceministro della Giustizia per l’amministrazione pubblica, membro dell’Alta commissione elettorale che ha monitorato le ultime elezioni legislative e vicepresidente della Corte di cassazione, la polizia annuncia di aver ucciso in un blitz i presunti rapitori di Regeni.
La notizia dell’uccisione di cinque militanti egiziani sospettati di essere collegati al rapimento e alla morte del 28enne friulano è stata comunicata dalle autorità locali anche al team investigativo italiano che da più di un mese si trova al Cairo per seguire le indagini sul delitto.
I pm di piazzale Clodio attendono però comunicazioni ufficiali da parte della magistratura che, sulla base dell’accordo tra il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il procuratore generale della Repubblica araba d’Egitto, Nabil Ahmed Sadek, dovrebbe fornire tutti gli elementi necessari a procedere nell’indagine per l’individuazione dei responsabili della terribile fine del giovane ricercatore.
L’Egitto rilancia dunque la pista della criminalità comune.
Secondo il quotidiano ‘El Watan’, che riporta informazioni fornite da fonti della sicurezza interna, i cinque sequestratori avrebbero opposto resistenza al momento dell’arresto scatenando uno scontro a fuoco con la polizia che ha portato alla morte di tutti i criminali coinvolti. Fin qui la fonte è in linea con una nota diffusa dal ministero dell’Interno. Ma va oltre affermando che si trattava di una banda che si era specializzata nel rapimento di turisti e stranieri e che il gruppo agiva “utilizzando divise della polizia”.
L’interpretazione sul blitz odierno è scontata. Si vuole riportare l’inchiesta all’inizio, a quando le autorità spingevano verso l’ipotesi dell’omicidio ad opera di criminali e non di appartenenti ad apparati di Stato.
Eppure tutti gli indizi e le testimonianze portano verso il coinvolgimento dei servizi d’intelligence egiziani. Soprattutto le autopsie, che hanno rivelato come il ricercatore sia stato ucciso dopo essere stato sottoposto a torture di ogni genere.
Per non parlare dei rapporti sui rapimenti, le torture e le violenze perpetrate dalle forze di sicurezza in Egitto negli ultimi anni e che da tempo sono oggetto dell’attenzione dell’Occidente.
Eppure, solo da quando è stato rinvenuto lungo una strada tra Il Cairo e Alessandria il corpo senza vita di Regeni, brutalmente torturato da aguzzini ancora senza nome, Europa e Stati Uniti hanno iniziato a interrogarsi in merito alle relazioni politiche con il paese nordafricano.
E forse a spingere le diplomazie internazionali verso approcci meno amichevoli con l’Egitto sono più i timori che la repressione e le violazioni dei diritti umani siano un segnale di debolezza dell’attuale presidente e dunque un sintomo di gravissima instabilita di un fondamentale alleato mediorientale.
Il tema dei diritti umani è valso all’Egitto ripetute critiche sin dall’ascesa al potere di Sisi, nel 2013, e la situazione è andata sempre più peggiorando.
I gruppi per i diritti umani attivi nel paese denunciano centinaia di casi di sparizioni dai centri di detenzione dove la tortura è una pratica diffusa e la rabbia e la ribellione per la brutalità delle forze di polizia sta crescendo. Di recente l’uccisione di un tassista da parte di un poliziotto ha scatenato una massiccia protesta al Cairo.
Le organizzazioni che monitorano le violazioni dei diritti umani subiscono pressioni sempre più forti. E’ di pochi giorni fa la denuncia degli attivisti dell’intenzione del governo, minacciata in più di un’occasione, di chiudere il Centro Nadeem che fornisce consulenza alle vittime di tortura.
Giornalisti, avvocati e difensori dei diritti civili subiscono quotidianamente restrizioni ai loro spostamenti e alcuni hanno subito provvedimenti di congelamento dei propri patrimoni.
Il Cairo Institute for Human Rights Studies ha reso noto un’indagine delle autorità giudiziarie egiziane a carico di 37 organizzazioni che ricevono finanziamenti dall’estero come un “tentativo teso a eliminare il movimento egiziano per i diritti umani”.
La morte di Regeni ha dunque dato visibilità e una nuova dimensione al problema.
Molti analisti sostengono che il presidente egiziano al Sisi operi come un primo tra pari nell’ambito del circolo ristretto e opaco dei suoi collaboratori, e che diversi ambienti dei servizi siano quasi del tutto autonomi e svincolati dal controllo centrale.
Esistono numerosi segnali di disordine nell’apparato di sicurezza, ha dichiarato un attento osservatore come Michele Dunne del Carnegie Endowment for International Peace, il quale ritiene la morte di Regeni conseguenza del tentativo di schiacciare la  comunità che da oltre 30 si batte in Egitto per dei diritti umani. E noi non possiamo che concordare. Ed è per questo che continueremo a chiedere verità e giustizia per Giulio.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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