Rispondere alle minacce a Don Ciotti con  i fatti e le leggi

donciottiDal direttore di  Libera Informazione un grido di allarme e una spiegazione chiarissima per le minacce a don Ciotti segnalate dalla magistratura antimafia. Non sottovalutiamo nè l’uno né l’altra. Dalla politica al giornalismo, alla società civile, ognuno faccia la sua parte (nandocan).

***di Santo Della Volpe, 30 settembre 2014 – Le minacce a don Ciotti sono serie e pericolose: gravi. I magistrati delle Procure e della Dda hanno  captato segnali dalle carceri e dalle loro fonti che mettono il presidente di Libera in cima alla lista degli obiettivi delle mafie, da cosa nostra alla camorra. E la ragione e’ semplice: le confische dei beni ai mafiosi fanno più danni alle mafie del carcere per i boss, tolgono a loro i soldi ed i beni accumulati con la loro violenta opera di sopraffazione. E soprattutto la restituzione alla Comunita’, alle cooperative di giovani formate con concorso pubblico, toglie ai mafiosi il controllo del territorio, mette all’angolo le loro pretese di sostituirsi allo Stato, da’ speranza all’Antimafia vera ed oppone modelli vincenti di Cultura e rinascita sociale alla sub-cultura mafiosa ed ai loro modelli di vita nefasti e mortali.

Libera ha voluto quella legge sulla confisca dei beni, Libera organizza i giovani che fanno esperienze lavorative e di volontariato su quelle terre, Libera chiede che i beni confiscati tornino alla società con iniziative di leggi che semplifichino le assegnazioni e diano slancio al recupero di quei beni che ,ancora oggi, in gran parte restano senza assegnazione.
Luigi Ciotti è uno dei simboli di Libera, il più rappresentativo, anche se Libera e’ un “Noi” collettivo , fatto di tante persone e non solo di una persona.   Ma i mafiosi vogliono colpire i simboli, gli uomini e le donne che rappresentano il collettivo,il progetto, il futuro e la speranza. Per questo hanno messo Luigi Ciotti nel mirino,mentre continua lo stillicidio di atti intimidatori, piccoli e grandi, nei confronti delle cooperative che lavorano sulle terre confiscate.
Ma ora la parola deve passare alle Istituzioni. Innanzitutto al Ministro degli Interni, perché queste minacce a Don Ciotti e questi allarmi non vanno sottovalutati: l’attenzione e la protezione vanno adeguati a questi allarmi. Non puo’ esserci sottovalutazione, soprattutto nella prevenzione e nell’intelligence. Sarebbe imperdonabile. Anche perché non e’ un caso che queste minacce siano emerse proprio in concomitanza con la fondazione della Cooperativa Rita Atria che gestirà a Castelvetrano ed in provincia di Trapani i beni confiscati a Matteo Messina Denaro, uno dei capi mafia ancora latitante e quindi in grado di colpire chiunque.
Ma c’e’un altro grado di risposta a queste minacce che le Istituzioni, Parlamento e forze politiche, possono e debbono mettere in campo: rafforzare e migliorare le leggi contro la corruzione e le mafie, contrastare l ‘auto riciclaggio effettivamente , a cominciare dalla reintroduzione del reato di falso in bilancio che può far scoprire le coperture del riciclaggio di denaro sporco . Dare impulso alle confische ed alle assegnazione dei beni confiscati che oggi in gran parte restano in attesa di destinazione, migliorando la legge attuale e dando forza e poteri a chi deve  destinare questi beni all’uso sociale. In poche parole, rispondere alle minacce rafforzando proprio quegli organismi e quelle leggi che hanno colpito le mafie in profondità e che hanno prodotto le reazioni di Riina e mafiosi vari.
Da parte poi dell’ informazione e della società civile, l’unica risposta vera e’ aumentare le inchieste e le attenzioni ai temi delle mafie ,della corruzione, del riciclaggio, ma anche dare spazio alla reazione civile e sociale che pure esiste e che porta, ad esempio, 8000 giovani a passare le vacanze estive nei campi e nelle cooperative che lavorano le terre confiscate ai mafiosi. I riflettori accesi dell’ informazione sono determinanti nella creazione di quel livello di attenzione e di guardia alta che esprime non solo solidarietà alle persone minacciate, ma costringe i mafiosi alla retroguardia, a recedere dai loro propositi minacciosi,ben sapendo ,questi violenti e delinquenti, che la  reazione sociale alle loro azioni e’ più importante delle loro azioni stesse.
Solo i poteri dello Stato, le istituzioni ed i poteri di controllo come l’informazione, possono creare quella reazione e “scorta” continua che può battere le intenzioni delittuose contro i simboli della legalità. Ben sapendo che innanzitutto bisogna affermare la legalità, ora e sempre, e che i provvedimenti di protezione e di allerta vanno comunque presi subito e senza indugio.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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