Riforma del lavoro: resta possibile il reintegro in caso di licenziamento collettivo

job-2Non tutto il male viene per nuocere”, sembra voler dire con questo articolo l’avvocato Domenico D’Amati, che di cause di lavoro s’intende come pochi. Se infatti è probabile che vi saranno meno cause individuali davanti al magistrato potrebbero esserci più confronti collettivi nei luoghi di lavoro. E la riforma appena approvata potrebbe rafforzare, al di là delle intenzioni dei promotori, il ruolo del sindacato, che avrà più occasioni di difendere i lavoratori. Sempre che quest’ultimo si dimostri all’altezza e a patto –  chiedo scusa per la malignità – che il governo non voglia completare l’opera con una norma sulla rappresentanza che riduca ulteriormente anche i diritti sindacali (nandocan)

***di , 29 dicembre 2014* – Nel mondo del lavoro la cosiddetta rivoluzione copernicana, annunciata da Renzi in materia di licenziamenti, potrà produrre effetti non voluti dai suoi promotori. L’indebolimento della tutela dei diritti dei lavoratori ottenuto con la monetizzazione dell’articolo 18 e la drastica limitazione delle possibilità di reintegrazione in caso di licenziamento illegittimo, dovrebbero infatti dar luogo ad un rafforzamento del ruolo del sindacato, se esso dimostrerà di essere pronto alla prova.

E’ prevedibile che, per il timore di rappresaglie, molte controversie individuali sinora finite sul tavolo del magistrato, diventino occasione di confronto collettivo nei luoghi di lavoro. Limitata la possibilità di ricorso al giudice,  il singolo chiederà tutela al sindacato a livello territoriale ed aziendale. E le organizzazioni sindacali dovranno attrezzarsi per gestire le vertenze nei luoghi di lavoro non solo con i tradizionali mezzi di lotta, ma anche con lo strumento dell’informazione, sì da acquisire il consenso della pubblica opinione, anche con la denuncia di non corretti metodi di gestione. I rappresentanti sindacali peraltro per la loro funzione potranno fruire della tutela reintegratoria prevista dall’articolo 18 contro i licenziamenti discriminatori.

In sede giudiziaria inoltre il sindacato sarà chiamato ad utilizzare sempre di più una norma dello Statuto dei Lavoratori che negli ultimi anni è stata applicata meno che in passato. Si tratta dell’articolo 28 che consente al sindacato di ottenere dal giudice con urgenza la repressione di ogni comportamento antisindacale tenuto dal datore di lavoro.

E’ uno strumento che i padri dello Statuto mutuarono dalla legislazione rooseveltiana del New Deal varata per contrastare lo strapotere del ceto imprenditoriale. Un esempio: la nostra legge sui licenziamenti collettivi prevede per l’impresa che voglia attuare un ridimensionamento due obblighi: informare esattamente il sindacato sulle ragioni della riduzione di personale e sui motivi per cui essa non può essere evitata; applicare, nella scelta dei lavoratori da licenziare, criteri oggettivi concordati con il sindacato o stabiliti dalla legge, che consentano di evitare favoritismi o discriminazioni.

Fino alla legge Fornero, in caso di licenziamento collettivo, anche il singolo lavoratore licenziato era abilitato a  chiedere individualmente al giudice la reintegrazione in caso di scorrettezza delle informazioni aziendali o di disapplicazione dei criteri di scelta. Con la legge Renzi il lavoratore potrà sempre agire individualmente, ma non chiedere, in base all’articolo 18, la reintegrazione, che sarà sostituita da un indennizzo.

Resterà però integro per il sindacato, nelle sue articolazioni territoriali, il diritto di denunciare al giudice del lavoro che l’azienda, violando i doveri di informazione o disapplicando i criteri di scelta, abbia tenuto un comportamento antisindacale. E il giudice avrà facoltà non solo di ordinare all’azienda di por termine alla condotta denunciata, ma anche di rimuoverne gli effetti provvedendo alla reintegrazione dei lavoratori illegittimamente licenziati. Gli apprendisti stregoni che intendono restaurare un potere imprenditoriale senza controlli potrebbero mettere in moto un meccanismo che sfuggirà al loro controllo. Ancora oggi, sempre che Renzi non pensi di riformare il New Deal, non tutto si può monetizzare: “labour is not a commodity”.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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