Ribelliamoci a chi dice che la società non esiste

Dall’ultimo numero di Internazionale vi raccomando la lettura integrale di questo breve saggio di Monbiot. Spiega molto chiaramente i motivi per cui, come spero anche molti di voi,  non riesco più a concepire una strategia politica valida per il nostro tempo e per quello avvenire senza una contestazione radicale dell’attuale modello di sviluppo capitalistico. Un modello che si sta sempre più dimostrando strutturalmente iniquo.  Baloccarsi col riformismo spicciolo al quale si affida, o finge di essere condannata, la nostra classe dirigente, non ci farà mai uscire da una crisi che è crisi di sistema. E’ ormai tempo che la buona politica si riappropri del potere ceduto alla grande finanza per il governo dell’economia. Il vero grido di dolore di Papa Francesco contro le diseguaglianze di “un’economia che uccide” richiede, anzi esige un orizzonte che, per quanto pacifico, è inevitabilmente rivoluzionario. E, credetemi, prima abbandoneremo il pensiero “liquido” di un malinteso pragmatismo per il pensiero “lungo” di un modello sociale alternativo, meglio sarà per tutti noi (nandocan).

 consumismo***di , 7 febbraio 2015 – Una donna entra in un centro commerciale. Contempla gli scaffali e le cataste di roba, la musica melliflua, i cartelli dei prezzi, i clienti che si aggirano svogliati tra gli scaffali ed è spinta a gridare: “Ma è proprio tutto qui?”. Un commesso le si fa incontro da dietro la sua cassa: “No signora, può trovare di più nel nostro catalogo”.

Questa è la risposta che ci è stata data per ogni cosa: l’unica risposta. Possiamo aver perso i nostri legami, le nostre comunità e il senso di cosa è importante e di quali sono i nostri obiettivi, ma ci saranno sempre altri soldi e altri oggetti con cui sostituirli. Adesso che la promessa è svanita, diventa chiara la grandezza del vuoto che ci circonda.

Non è che i vecchi tempi fossero necessariamente migliori: erano cattivi in modo diverso. Le gerarchie di classe e sesso annichiliscono lo spirito umano in maniera non meno efficace dell’atomizzazione. Il punto è che il vuoto che è stato riempito con oggetti senza valore avrebbe potuto essere rimpiazzato da una società migliore, costituita sul sostegno reciproco e sulle relazioni, senza l’opprimente stratificazione sociale del vecchio regime. Ma il consumismo ha agevolato e poi cooptato quei movimenti che hanno contribuito a distruggere il vecchio mondo.

L’individualismo, una risposta necessaria a un conformismo oppressivo, viene facilmente sfruttato. Nuove gerarchie sociali costruite intorno agli status symbol e al consumo di massa hanno preso il posto di quelle vecchie. Il conflitto tra individualismo ed egualitarismo, troppo prontamente ignorato da quanti hanno contribuito a vincere norme e costrizioni oppressive, non si risolve da solo.

Eccoci dunque smarriti nel ventunesimo secolo, in uno stato di disgregazione sociale che forse nessuno ha desiderato ma che è un comportamento sempre più diffuso, in un mondo che si affida alla crescita dei consumi per evitare il crollo economico, saturo di pubblicità e retto dal fondamentalismo dei mercati. Viviamo in un pianeta che i nostri antenati avrebbero trovato impossibile immaginare: sette miliardi di persone alle prese con un’epidemia di solitudine. È un mondo che abbiamo creato, ma non scelto.

Oggi appare chiaro che il banchetto al quale siamo stati invitati è solo per pochiStatistiche pubblicate la settimana scorsa mostrano che, nel Regno Unito, i salari sono più bassi di tredici anni fa. Due settimane fa l’organizzazione non governativa Oxfam ha rivelato che l’1 per cento più ricco della popolazione possiede ormai il 48 per cento della ricchezza mondiale: entro l’anno prossimo possiederà più di tutto il resto degli abitanti messi insieme. Lo stesso giorno un’azienda austriaca ha svelato il suo progetto per un nuovo super yacht. Costruito sullo scafo di una petroliera, sarà lungo 280 metri e avrà undici ponti, tre eliporti, vari cinema, sale concerti, ristoranti e auto elettriche per portare il proprietario e i suoi ospiti da un lato all’altro della nave, oltre che una pista da sci di quattro piani.

Nel 1949 Aldous Huxley, sostenendo la maggiore credibilità della propria visione distopica, scrisse a George Orwell. “Il desiderio di potere può essere perfettamente soddisfatto sia convincendo la gente ad amare il proprio asservimento che spingendoli all’obbedienza con calci e frustate. […] Il cambiamento sarà il risultato di una necessità condivisa di maggiore efficienza”. Credo che avesse ragione.

Il consumismo non si concilia con l’idea di un obiettivo comune: o paghi le tasse o spendi quei soldi per una nuova auto. Soffoca i sentimenti e attenua il nostro interesse per gli altri. La libertà di spendere sostituisce altre libertà, come mangiare il loto ci permette di dimenticare le nostre perdite. La maggior parte delle forme di protesta pacifica sono oggi vietate, ma nessuno ci impedisce di esaurire le risorse dalle quali dipenderanno le generazioni future. Tutto ciò aiuta gli oligarchi globali a creare dei buchi nella rete di sicurezza sociale, a trarre vantaggio dai limiti sia della democrazia che della tassazione e infine a soffocare e privatizzare il nostro pubblico benessere.

Così come la società umana è stata mandata in frantumi dal consumismo e dal materialismo, che ci hanno spinto verso un’epoca di solitudine senza precedenti, anche gli ecosistemi sono stati fatti a pezzi da quelle stesse forze. È la mentalità capitalistica, diffusa ormai su scala globale, che oggi ci minaccia di catastrofi climatiche, avvicina una sesta estinzione di massa, mette in pericolo le risorse idriche e impoverisce il suolo da cui dipende tutta la vita umana.

Ma io non credo che l’accettazione dell’asservimento immaginato da Huxley sia uno stato permanente. La stagnazione dei salari, la brutalità delle nuove condizioni di lavoro, la rottura del legame tra risultati scolastici e avanzamento sociale, l’impossibilità per molti giovani di trovare un alloggio dignitoso, tutti questi fenomeni ci spingono a porci la domanda che poteva essere rimandata solo in momenti di generale aumento della prosperità: ma è proprio tutto qui?…

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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