“Restiamo umani”. L’invito di Vittorio

Arrigoni VittorioC’è chi è sempre alla ricerca di qualche ragione per giustificare una guerra. C’è chi come noi preferisce parlare di pace e c’è chi prova a farla la pace, anche a prezzo della vita. Come Vittorio Arrigoni, tre anni fa, a Gaza. Grazie, Arianna, per avercelo ricordato (nandocan)

*****di Arianna Tascone, 14 aprile 2014* – Ci sono guerre che fanno rumore e altre che invece annegano nel silenzio. Ma non sono le bombe e i proiettili e fare la differenza tra le due, bensì l’indifferenza. A noi, che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, il rumore assordante della guerra arriva in differita nel telegiornale. Basta premere il pulsante e stop, silenzio. Pace. Chiaramente così non è, tuttavia questa comoda illusione regge bene il gioco alla nostra voglia di tranquillità. Eppure ci sono guerre che non hanno neanche quel veloce passaggio nel palinsesto ed appaiono come nomi esotici che un giorno si leggeranno nei libri di storia. Il decennale conflitto israeliano palestinese ha subito il destino del silenzio e si avvia inesorabilmente verso quello dell’oblio mediatico. Qualcuno provò con tutte le sue forze a costruire un ponte di parole tra Gaza e l’Italia, per non darla vinta al disinteresse. Quel qualcuno era Vittorio Arrigoni e doverne parlare al passato è un triste pegno da pagare al suo ricordo.

Vittorio fu sequestrato e in seguito ucciso nell’aprile di tre anni fa a Gaza. Le indagini hanno individuato in un gruppo di terroristi salafiti i responsabili, condannandoli all’ergastolo. Sulla sua morte si potrebbero scrivere decine di pagine, ipotizzare mandanti diversi, sospettare depistaggi, polemizzare sulla mancanza di autorità italiane ai suoi funerali. Ipotesi, possibilità, incertezze, parole vuote. Ma in questi giorni primaverili, di rinascita e perdono cristiano, è preferibile ricordare la vita di Vittorio e le parole piene che lui scrisse.

Volontario dell’International Solidarity Movement, effettuò diverse missioni nell’est europeo prima di trovare la vera sua meta: Gaza. Insieme ad altri volontari europei fece da scudo umano ai pescatori e contadini sotto il tiro dei cecchini israeliani. Già, perché nei territori occupati il diritto a raccogliere e a pescare, è negato a suon di mitraglia. La presenza di europei dissuade l’ordine di sparare, perché la morte di un italiano o di un inglese fa rumore, a differenza di quella di un palestinese. Un’attività pericolosa, tanto che fu ferito, incarcerato e in seguito espulso dalla Striscia. Ma non riuscirono a tenerlo lontano da quella che ormai era divenuta la sua terra. E dunque eccolo lì nel dicembre 2008, sotto le bombe dell’operazione Piombo Fuso, unico cronista in campo. Vittorio raccontò con drammatico realismo quello stava accadendo, lui squarciò il velo del silenzio. Attraverso il blog Guerillaradio e gli articoli sul Manifesto, anche la lontana Palestina diveniva un affare vicino di cui interessarsi. Non si avevano più scuse per far finta di niente, perché Vittorio faceva sentire il rumore della guerra anche a televisore spento.

Cosa resta oggi, a tre anni dalla sua scomparsa? Restano gli scritti, i video, i sorrisi nelle foto. Resta sua madre, che con ostinazione femminile porta in giro per l’Italia il prezioso libro: “Il viaggio di Vittorio”. Ma resta anche il silenzio, fedele alleato dell’indifferenza. Non è possibile farsi carico di ogni disgrazia altrui, specie se così lontana, certo. C’è la crisi, manca il lavoro,  problemi quotidiani che affliggono chiunque, l’indifferenza può sempre essere giustificata. È davanti a queste obiezioni che il motto di Vittorio esprime tutta la sua forza: RESTIAMO UMANI.

Essere umani significa riconoscere il dolore altrui, cercare di agire per diminuirlo. E se non c’è possibilità o coraggio di sostituire le parole con i gesti, ciò non deve essere la giustificazione a girarsi dall’altra parte. L’immobilità può essere perdonata, l’insensibilità no. Siamo esseri umani perché siamo consapevoli, perché abbiamo orecchie per ascoltare quello che ci viene raccontato. Non rifiutiamo questo invito, restiamo umani.

* da articolo 21, il grassetto è di nandocan

 

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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