Renzi e il cacciatore di voti

zagrebelsky-gustavoRoma, 30 settembre 2016 – Ha detto di recente il professor Gustavo Zagrebelsky: “una vittoria del si al prossimo referendum mi costringerebbe ad abbandonare l’insegnamento del diritto costituzionale: io questa riforma non la capisco e non saprei spiegarla…” . Spero per tutti noi che abbia esagerato il presidente del Comitato per il NO, perché questa sera, alle 21,15 su “La 7” sarà lui, in un confronto diretto col presidente del consiglio, a dovere spiegare ai telespettatori, che mi auguro numerosi, le ragioni per cui gli italiani faranno bene a bocciarla, questa riforma. E dovrà farlo con maggiore efficacia del suo interlocutore. Altrimenti c’è il rischio che, in presenza di un pubblico poco informato sui suoi contenuti reali, la sproporzione fra la verve comunicativa di Matteo Renzi e la pacata eloquenza  del  presidente emerito della Corte Costituzionale non renda giustizia alla superiorità delle ragioni del NO su quelle del SI. Certo, molto dipenderà dalla capacità del moderatore Enrico Mentana, tentato per motivi di auditel   di dare sfogo alla spettacolarità del dibattito, di non consentire invece a nessuno di cavarsela con battute o valutazioni sommarie, sollecitando spiegazioni semplici ma non elusive del merito, piuttosto complesso, della Renzi-Boschi.

Che fin dal primo momento il segretario premier del Pd abbia dato un’impostazione strumentale a questa lunga campagna referendaria non mi pare che possano esserci dubbi. Lui stesso ha ammesso di aver personalizzato lo scontro dichiarando che ci metteva la faccia, che si giocava tutto, che in caso di una vittoria del No non soltanto si sarebbe dimesso ma avrebbe addirittura lasciato la politica. Lo ha fatto perché era sicuro di vincere, contando sul suo successo di “rottamatore” e giustiziere della casta. Non a caso lo slogan su cui batteva di più era “vota Sì chi vuole cambiare l’Italia, vota No chi vuole difendere la poltrona”. Solo quando i sondaggi hanno mostrato la volatilità del suo personale prestigio e prospettato una possibile vittoria del No, solo allora ha cambiato musica, dichiarando che la riforma riguardava la Costituzione e non la sua presidenza. Poi ha fatto un altro ragionamento, anzi due. Il primo è che soltanto una sparuta minoranza di cittadini ha letto o ha intenzione di leggere il testo della legge, per cui avrebbe vinto chi fosse riuscito a piazzare con maggiore efficacia la sua propaganda. Il secondo è che, data l’impostazione autoritaria della riforma, che privilegia il potere esecutivo mortificando la rappresentanza dei cittadini, insistere nella ricerca di  consensi tra gli elettori del centrodestra sarebbe stato più produttivo che tentare inutilmente di recuperare i voti della sinistra. E perché non dichiararlo pubblicamente? E’ la cronaca di questi giorni.

Funzionerà questa tattica? Ne dubito, se questo scoperto tentativo di presentarsi come il vero successore di Berlusconi fallirà a destra, come è avvenuto alla sua immagine di leader della sinistra, per la scarsa credibilità dell’autore e della sua politica. Ma non è detto, purtroppo, che la retorica populistica di chi l’ha preceduto, con l’uso spregiudicato dei media non possa fare la differenza. Tanto più che ora Renzi intende aggiornarlo con le tecniche più raffinate del “porta a porta”. Ho appena letto su “La Stampa” di oggi che ha ingaggiato all’uopo un “guru” americano, socio di quel Jim Messina che curò la rielezione del presidente Obama. Si chiama David Hunter (in inglese, cacciatore, vedi la foto) e comincerà proprio stasera a Firenze “il training di volontari sul campo”. “Affiancato in ogni regione da chi sta nei comitati locali ‘Basta un Sì’ e dai responsabili regionali del partito – prosegue la notizia, ripresa in mattinata anche dagli altri giornali – il team di Hunter dovrà motivare, caricare, addestrare i volontari al match corpo a corpo con gli elettori. Con una regola base: toccare cinque punti precisi (quelli del quesito truffa, per intenderci ndr) ma non parlare di cosa fa il governo, perché la preda potrebbe non amare l’esecutivo e le sue gesta, ma potrebbe invece gradire il taglio della casta”. Presunto taglio, naturalmente.

 

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

gtag('config', 'GTM-K2KB4MR', { 'send_page_view': false });
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: