Reddito di cittadinanza: i guasti politici dell’invidia sociale

Piero Bevilacqua, Il Manifesto, 13 novembre 2021

Un ampio ventaglio di ragioni e di umori, posizioni teoriche e avversioni viscerali, militano contro il reddito di cittadinanza in Italia. E’ un calderone in cui si agitano i cascami della cultura neoliberista, secondo la quale non esiste la keynesiana “disoccupazione involontaria”, essendo la mancanza di lavoro responsibilità di chi non lo cerca. Come ci ricorda ora il saggio di Mauro Callegati, Il mercato rende liberi e altre bugie del neoliberismo (Luiss,2021). Ma si rinvengono anche opposizioni “di sinistra”, come quelle del sindacato, che teme il dilagare di un assistenzialismo deteriore, destinato ad accrescere la subalternità dei ceti proletari.

Il lavoro, si sostiene, è l’unica leva del riscatto, senza troppe remore a perpetuare così la cultura del dominio capitalistico sugli individui, e tenendo in poco conto che il lavoro non c’è e la sua scarsità è un’arma formidabile in mano ai gruppi padronali. I quali la usano per fare accettare condizioni anche estreme di precarietà, soprattutto ai giovani e agli immigrati, per fare pressione sui governi, per creare egemonia col porsi come dispensatori di impiego e di reddito, i benefattori dell’umanità.

Ho ascoltato sindacalisti criticare il reddito di cittadinanza in Calabria

Ho ascoltato sindacalisti criticare il reddito di cittadinanza in Calabria, dove tanti giovani laureati, che arrivano a 30 40 anni con lavoretti, e non hanno la possibilità di fuggire all’estero, oggi sarebbero alla disperazione senza il cosiddetto reddito di cittadinanza. Di cui conosciamo peraltro i limiti e a cui Roberto Ciccarelli ha dedicato su questo giornale analisi circostanziate, sino alla intervista a Chiara Saraceno (10/11), dove si denunciano gli intenti punitivi delle annunciate “correzioni” governative.

Ma esiste anche un’avversione più oscura a questa forma di sostegno alla sopravvivenza, che si agita tra gli strati popolari a cui do il nome di invidia sociale. I lavoratori non sopportano che ci siano nel loro ceto persone retribuite, sia pure in forma modesta, senza fatica e impegno. Trovano intollerabile questa “ingiustizia”. Anche chi è in condizioni di estremo bisogno deve meritarsi il pane, accettando qualsiasi forma di occupazione.

Giustizialismo rancoroso

E’ su questo giustizialismo rancoroso che la nostra destra plebea fa le proprie fortune, come le ha fatte con la narrazione degli stranieri che rubano il lavoro agli italiani. Si tratta di un humus culturale pernicioso con cui i gruppi dominanti e il ceto politico che li serve, scatenano la guerra tra gli ultimi e i penultimi, perpetuando il proprio soggiogamento materiale e culturale su gran parte dei ceti popolari. Un coacervo ideologico su cui l’assenza di uno sguardo radicale impedisce un’opera salutare di demistificazione.

E’ esemplare a tal proposito l’imbarazzata timidezza del ministro Orlando di fronte alle recriminazioni per gli abusi emersi nella percezione del reddito. Egli non è riuscito a ricordare ai suoi interlocutori e all’opinione pubblica, che in Italia non si riesce a tassare le grandi ricchezze di pochi, i patrimoni immobiliari di molti, le fortune di una platea estesa di famiglie e si lascia nella povertà milioni di persone che pur lavorano, una fascia crescente di occupati precari, 2 milioni di famiglie in povertà assoluta (dati Istat 2020) mentre si costringono le migliori energie intellettuali del Paese a cercare occupazione all’estero.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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