Rai: Renzi lancia la sfida sulla mission del servizio pubblico. Ora tocca a noi

, 14 giugno 2014* – In premessa, è bene ricordare che nel promuovere una consultazione popolare, ampia e trasparente sul futuro della Rai chiamando gli studenti delle scuole superiori e delle università a riscrivere “la carta d’identità della Rai” in non più di dieci righe, Articolo 21 non si è mai tirato indietro nel denunciare quegli interventi amministrativi e legislativi che avrebbero di fatto invalidato la consultazione pubblica spalancando la strada alla privatizzazione della Rai o, quanto meno, al suo ridimensionamento . Tant’è, la nostra mobilitazione e, per quel che vale, la nostra opera di moral suasion, hanno riportato finora risultati positivi e di tutto rilievo, a partire dagli emendamenti apportati dalla Commissione di Vigilanza al Contratto di servizio: dall’abolizione del bollino, alla reintroduzione del genere “intrattenimento” tra gli obblighi del servizio pubblico, alla sostituzione del termine scadenza della Concessione con il termine rinnovo. Né abbiamo rinunciato ad esprimere un giudizio fortemente critico verso quei provvedimenti governativi considerati illegittimi anche da autorevolissimi giuristi: dal decreto ministeriale di Zanonato che ha negato alla Rai il ritocco del canone in base all’inflazione, al prelievo forzoso di 150 milioni, e alla conseguente vendita di parte delle “torri” di trasmissione. Tanto meno ci tireremo indietro ora che il Presidente del Consiglio, annuncia un intervento legislativo del Governo in favore di un servizio pubblico che non si limiti a scimmiottare la Tv commerciale e che possa godere di una reale indipendenza dai partiti e dal potere esecutivo.

Renzi parla di “di rivoluzione culturale, di una sfida alta, non una sfida di bottega per avere un servizio in più nel Tg regionale sul politico di turno”. In un passo del suo discorso all’Assemblea del PD, il Capo del Governo addirittura restituisce diritto di cittadinanza politica al termine “educazione”, una parola censurata dal lessico politico e intellettuale degli ultimi trent’anni perché inopinatamente (ma anche strumentalmente) identificata con l’indottrinamento dei regimi totalitari o, in subordine, con la Tv pedagogica di Bernabei che agiva in regime di monopolio sotto la stretta osservanza dell’esecutivo, in un paese con decine di milioni di semianalfabeti. A questo proposito, mi sia consentita una digressione. Ho avuto il piacere di raccogliere l’unica testimonianza in video di Karl Popper sulla televisione. Parlando della pioggia di critiche alla sua idea di televisione, replicò con queste parole: “Lei mi dice che io difendo, contro l’ideale liberale, il fatto che le persone debbano essere educate e non informate. Questo non è stato mai veramente un ideale liberale. Il liberalismo classico, sotto tutte le sue forme, ha sempre accordato una grande importanza all’educazione e un’importanza ancora più grande alla responsabilità”.

Solo una coraggiosa e radicale riforma della Rai che si ponga come obiettivo la crescita culturale dei cittadini, la loro facoltà di giudizio, la sensibilità estetica e il senso critico può ancora legittimare il canone e l’esclusiva della concessione alla Rai: un’azienda che abbia pur sempre l’ambizione di raggiungere il maggior numero di telespettatori (senza per questo farne un’ossessione) e che, al tempo stesso, metta più “cultura” nei programmi, soprattutto in quelli più popolari.

Per questo non possiamo che accogliere con favore questa sfida sulla “qualità” del Servizio pubblico: una svolta importante che dà un senso al dibattito sulla governance, sui criteri di nomina e sul modello organizzativo; argomenti, che, in mancanza di una mission “alta”, diventano fini a sé stessi, in una logica di asettica ingegneria aziendale e istituzionale che prescinde dalla “vocazione etico-politica” propria di una televisione pubblica che è – anche e soprattutto – un bene comune.

* da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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